Rob’Log_04
February 5, 2010
trop’log_3
February 1, 2010
diario tropicale_2
January 31, 2010
Marcosè un trentenne robusto e ipercinetico, a detta del medesimo; sta spendendo il suo mese di ferie per vedere con i suoi occhi da dove arrivano i suoi clienti.avvocato specializzato in diritti civili, è responsabile, in argentina, di una dozzina di ragazzi provenienti dalla liberia, la sierra leone, la costa d’avorio e la guinea (tutti posti che visiterà in questo mese), di quelli che sono riusciti a salire di nascosto su una nave, sono riusciti a rimanere nascosti per tutta l’attraversata (posto privilegiato: il vano dell’ancora!) e sono saltati in acqua prima dell’entrata nel porto. I meno fortunati, una volta scoperti, a volte vengono gettati in mare, per evitare al capitano la multa e le spese di rimpatrio, oltre a quelle di primo mantenimento; se invece il capitano ha un cuore, li tiene a bordo e li lascia in acqua appena fuori dal porto, in modo che attracchino da soli. Marcos, per conoscerli meglio, ha pensato di andare a vedere – e capire – come funzionano queste cose (esistono dei passatori, che vuole incontrare).Il porto della più grande flotta mercantile del mondo è una banchina sgretolata, un deposito containers e molta ONU. Mi immaginavo lì, ad aspettare le mie cose dall’italia..
rientro al Corina, rinfrescata, risaliamo su un taxi collettivo (10 eurocentesimi per una porzione di sedile in una sedan caricata di 6 persone; quando scende uno, ne sale un altro. e si perdono stupidamente i cellulari. a proposito, prima di rientrare ho preso un altro telefono, in un negozio libanese che apriva proprio oggi; il gestore era tutto contento di avere subito un cliente europeo (“tornate, vi aspetto”, anche se ho preso il modello più economico, che attiverò domani.già, perché poi è arrivato Charles.
Charlesè il figlio addottivo liberiano di amici americani degli anni 60 che, tornato nel ‘05, insegna agraria in un’università a un centinaio di chilometri dalla capitale, Cuttington. e io ho un sacco di cose da chiedere a un esperto di coltivazione. beh, parte delle risposte che cercavo me le ha date il paesaggio fuori: tantissimo bambù! non gigante, ma la sua bella figlia Musu, seduta accanto a me dietro (charles e il figlio Samuel davanti) mi ha detto che nei suoi giri (lei istruisce i coltivatori delle aree rurali) ne ha visto che aveva il diametro della sua coscia. e Musu ha delle belle cosce davvero :-)non so quanto rimarrò qui, ma domani sarà tutto un visitare il campus, che comprende acri e acri di coltivazioni-studio (anche se il riso di stasera è stato prodotto qui, e mi sembrava molto ben riuscito).
diario equatoriale_1
January 30, 2010
checklist (or chestleak)
January 27, 2010
sono un po’ assente, e mica solo oggi; è dall’inizio del mese che, uno alla volta, metto assieme i pezzi neccessari per raggiungere di nuovo robertsport.
è da un mese che sono dentro e fuori la liberia, attraverso lo scambio di mail con i contatti lì e in america, con la lettura di vari giornali locali online e con la preparazione dei bagagli, dove mi proietto all’equatore in tutte le possibili situazioni: dormire, mangiare, camminare e – of course – spaparazzato al sole in spiaggia.
a differenza dello scorso marzo, questa volta so cosa aspettarmi, perciò l’eccitazione è inferiore. e non è più “la prima volta in 36 anni”, che aveva un valore a dir poco mistico :-)
beh, ci sarà un’altra differenza, di cui è giusto parlare, sopprattutto quassù: ieri sono sera ho saltato la cena e sono andato a letto quasi alle tre, ché dovevo fare la conoscenza con un netbook nuovo fiammante. come per la digitalina (che presi due giorni prima di partire), ho preso uno di questi affarini per provare a connettermi da là; nella speranza di non aver fatto una cazzata, ho scelto quello che costava meno: se si rompe, se lo perdo, se qualcuno dovesse insistere pesantemente per averlo a tutti i costi, almeno piangerò meno.
l’idea è di accedere alla posta elettronica e rassicurare i miei cari; se poi riuscirò a usare skype, tanto meglio. ah, naturalmente ci ficcherò i soliti giga di musica e ci scaricherò le foto che farò.
e chissà che non possa scrivere anche quassù; mi piacerebbe.
dunque torno.
qualche giorno fa, coi ragazzi, abbiamo aderito alla cerimonia globale del recarsi in un cinema adeguatamente attrezzato per passarvi quasi tre ore, in contemplazione di un mondo bellissimo e inesistente; nonostante lo stupore continuo, riuscivo comunque a dirmi “pochi giorni ancora e torni a pandora anche tu, vecchio”. uscendone eravamo un po’ mogi, un po’ schifati da viale abbruzzi e piazzale loreto; poi avrei letto da qualche parte della diffusione mondiale di una cosa chiamata “depressione post-avatar”. ho sorriso, e mi rivedevo sullo shuttle che mi riportava a milano.. era autentica depressione post-robertsport, sicuro.
sono giorni che vivo osservandomi in questo primo mondo, ricordandomi di apprezzare il letto pulito, la doccia calda (ahhhhhh…) o la bistrattata mensa aziendale.
pedalo nell’aria gelida di neve trattenuta; cattivo, dico all’inverno di fottersi.
sento di nuovo i jet che decollano da linate, cicalini che anticipano l’emozione di guardare dal finestrino, l’atlante che spunta dalle nubi a sinistra, le campagne verdi attorno a casablanca, il buio pressoché totale che accoglie la discesa al robertsfield international airport, poco più di una palazzina in fondo a una striscia di catrame caldo.
dunque torno, dicevo. la prima volta ho constatato che robertsport, e la liberia, esistono davvero. ho visto che esiste anche la miseria, la più misera miseria possibile, la più degradante insalubre e violenta miseria che potessi perfino immaginare. poi ho visto quel che resta di pandora – o Gaia, per i terrestri – e mi sono emozionato per la sua vitalità.. come non volerci vivere in mezzo? infine ho trovato persone premurose e affettuose, trasportate incolumi attraverso la first e la second world war (incolumi per modo di dire: a dispetto di corpi integri, quanti cuori feriti e vite trasformate, adattate a una società zoppa..), tutte a scongiurare una third world war.
non conosco il terzo mondo, né me ne sono mai occupato. preoccuparsi è tutta un’altra cosa, mi rendo conto. è una cosa che richiede poco impegno.
in liberia non c’è nulla che richieda poco impegno, eppure (io, comodo come sono) ho provato il desiderio di provarci; mi guardavo attorno con la sensazione di poter contribuire in qualche modo, ma quale?
sono un grafico: il terziario avanzato non è un settore particolarmente attivo, da quelle parti, ma qualcosa ci dev’essere e torno per scoprire cosa. mi dico che potrei contribuire alla promozione turistica, e le 4 lingue che parlo bene servirebbero pure (la quinta, il veneto, mi pare superflua). potrei insegnare qualcosa, qualunque cosa, vista la scarsità di insegnanti e la scarsa istruzione dei medesimi. potrei avviare un’attività commerciale (perciò devo capire cosa posso fare con i miei esigui capitali), possibilmente creando opportunità di impiego. potrei potrei potrei.
. . .
(some time later)
in casa, fra 24 ore sarò partito, una miriade di cose ancora da fare, mi sembra… continuo a togliere e aggiungere dal borsone, sul filo dei 20 kg., la maggior parte delle quali non mi serve veramente; ancora indumenti smessi, quaderni fuori moda, matite e pastelli anche rotti, dei doni e dei giochi recuperati. poi le foto per gli amici, quelle per convincere gli scettici, i documenti per provare che non sono un pazzo.
stamattina una doccia calda, domandandomi se sarei arrivato a farne u’altra questa sera :-) e per il resto tutto un trafficare con i due portatili, quello anziano a cedere di tutto a quello sbarbato (che si arrangia benone anche da solo, devo dire; ero terrorizzato dall’idea di utilizzare, per la prima volta, un pc vero invece di un mac, e invece l’affarino – concepito per sbarbati – si fa condurre abbastanza docilmente. tant mieux).
(ecco, ora mi viene in mente una cosa cui penso spesso, ma molto spesso: che tutto questo freddo, per non dire dei 4 fiocchi di ieri sera, tutto questo pompare la caldaia per faticare a raggiungere una temperatura sopportabile, tutto ’sto gelo, mi dànno davvero tanta gioia. mi fanno infatti desiderare ardentemente di esser già lì, ecco cosa mi fanno!)
bon, torno ai bagagli. a presto.
turismo d’élite
January 21, 2010
bon. adesso cerco un bicchiere d’acqua e mi ingoio un pastiglione di meflochina cloridrato.
ricordo ai distratti che un pastiglione di meflochina cloridrato preso a gennaio significa che, tempo una settimana, ci si ritrova in piena estate subsahariana.
(beh, non è che basti questo; può essere d’aiuto fare un giro a roma a salutare un ministro plenipotenziario, alleggerirsi di svariati denari ceduti a un vettore marocchino, districarsi in un groviglio di mail scambiate con perfetti sconosciuti e via dicendo).
e a una settimana dalla partenza per la terra natale, gonfio di speranze in un futuro tropicale e ben ritmato, mi arriva la segnalazione di un documentario (in 8 parti) che mi fa riflettere assai…
della serie: io, annoiarmi in un villaggio-tutto-compreso? non sia mai!
(dita incrociate? quali dita incrociate?.. segue il testo introduttivo che dicevo; a valle del link, invece, gli otto ameni filmati)
The Vice Guide to Liberia
By Andy Capper, Vice UK Editor
January 20, 2010 10:26 a.m. EST
‘It’s WWIII’ in Liberia
STORY HIGHLIGHTS
Crew of three gets firsthand look at poverty, substance abuse in war-ravaged Liberia
Women at local brothel tell of beatings by U.N. soldiers, child prostitution
An ex-warlord who claims to have killed babies, cannibalized victims guides crew
RELATED TOPICS
Liberia
War and Conflict
Editor’s note: The staff at CNN.com has recently been intrigued by the journalism of VICE, an independent media company and Web site based in Brooklyn, New York. VBS.TV is Vice’s broadband television network. The reports, which are produced solely by VICE, reflect a very transparent approach to journalism, where viewers are taken along on every step of the reporting process. We believe this unique reporting approach is worthy of sharing with our CNN.com readers. Viewer discretion advised.
London, England (VBS.TV) — In previous episodes of The Vice Guide to Travel, we road-tripped through North Korea, shopped for dirty bombs in Bulgaria, and hunted mutant wild boars in Chernobyl. Little did we know that all of our harrowing journeys would leave us only semi-prepared for a recent trip to war-ravaged, godforsaken Liberia.
Since 1989, a series of brutal civil wars — primarily fought by drug-addicted, prepubescent orphans — has rendered Liberia one of the most dangerous countries in the world. Everyone has heard the stories of abject poverty, ubiquitous substance abuse and wanton violence taking place there, but we don’t really believe anything that we don’t see for ourselves. So, stomachs firmly knotted, off we went.
We arrived in Liberia with a small crew of three and quickly rendezvoused with a local journalist who would be our fixer and guide. Our first shooting location was the West Point slum, home to 80,000 people living in conditions that redefine squalor. Miles of rotting garbage surround the slum, which has no sewage system. Pretty much everyone — even the local government officials — defecates and urinates in the open. Drugs, prostitution and armed robbery are the main industries. We got to know some of the residents of West Point, who told us their stories as they smoked heroin and cocaine and begged us for money.
Next we visited a local brothel. The women who lived there talked with us about the U.N. soldiers who have sex with the child prostitutes and beat the older women, and then leave without paying.
See the full Vice guide to Liberia on VBS.TV
But perhaps the most revelatory portions of our trip to Liberia came from meeting the major warlords of the nation’s civil wars. There’s a tradition in Liberian militias of taking on extravagant noms de guerre. Hence, our subjects were named General Bin Laden, General Rambo and General Butt Naked. The latter, in particular, was one of the most notorious Liberian warlords. He claims to have personally killed 20,000 people including babies, and to have sometimes cannibalized his victims.
Today, General Butt Naked goes by his birth name, which is Joshua. During our time together, he told us that Liberia will surely implode into civil war again when the U.N. leaves next year. But in the meantime, Joshua wants to redeem himself. He offered us a glimpse of the Liberia that he wants to forge, and we found ourselves growing to like him. He took us to his church, where he rehabilitates child soldiers. We watched as he preached his way through Monrovia on a Sunday.
Is there a chance that his mission will succeed, and further civil war can be averted in this desperate country? That’s one of the many questions that we came away with upon our safe return from Liberia. Watch our documentary about our time there and see what you think.
(e sì, starò attento. molto attento)
solo una cosa
January 18, 2010
son giorni in cui penso ad altro, a scapito dello scrivere quassù (e del leggervi)
perciò solo una segnalazione: qui ho messo foto recenti, da cui si potrà concludere che sono stato in giro per il lambro e ho incontrato un ricciopoconascosto, che nel rimettere in ordine la casa mi è scappato di assemblare cose, che sono stato a una mostra a milano che consiglio a chi ha dei ragazzini (la giappa al Pac), che a milano era uscito il sole mentre a roma piovigginava, che poi anche a roma ha fatto bello, che lì ci ho visto 2 mostre, un sacco di ruderi e un riccionascosto. e ho visto il mio nuovo visto.
letteratura italiana for beginners
January 12, 2010
domenica sera, fatto il weekend, felix si mette a leggere il libro per scuola.
ada ne sbircia la copertina e fa:
“che brutto titolo! cioè, il barone rampante vabè, ma italo calvino.. non è un bel nome!”
le segnalo che trattasi dell’autore, mica di parte del titolo.
“ancora peggio! come si fa chiamare un bambino italo calvino?? è orrendo!”
non so cosa dire, ma felix inizia a ghignare.
ada, imperterrita:
“pensa a scuola, povero! calvino italo è presente?”
felix scoppia, e io devo ammettere che il misero calvino italo un po’ fa sorridere anche me.
la dolce ada:
“magari era anche piccolo e con pochi capelli!”
e mi chede se non era mica alle volte un italo-calvino-americano…
così tocca crescere
January 12, 2010
“ah. i tuoi sono ancora vivi?”
la sorpresa della sconosciuta che si ricordava di noi non mi sorprese: in un paese dove la durata media di una vita si aggira fra i 40 e i 44 anni, erano stati in molti a rimanere basiti all’idea che il dottore e sua moglie – creature leggendarie di un passato ancor più lontano nella mente che nel tempo – fossero entrambi vivi e vegeti.
ma la tizia aggiunse una cosa, guardandomi seria: “allora non sei ancora cresciuto”.
non solo nei giorni che ancora vi trascorsi, ma anche parecchio tempo dopo il rientro dalla liberia, la seconda frase di quella donna avrebbe risuonato ancora nella mia mente infante..
la vita quotidiana di quella nostra ex-compagna di scuola è totalmente diversa dalla mia; cosa ne sa?
oppure la sua convinzione è dettata da qualcosa di così generale e arcaico che ci devo cercare un significato valido?
e dunque preoccuparmi?
prendiamo ieri.
arrivato a casa mi informa una comune amica che bob se ne è andato.
bob se ne è andato.
subito penso sia il caso di organizzare urgentemente un aperitivo alcolico, che lo apprezzerebbe. passano i minuti, qualche scambio di telefonate, mi osservo.
seh, l’aperitivo. pirla. bob se ne è andato, altro che aperitivo. qui son cuori spezzati, storia che si solidifica, siamo noi, un manipolo di tirarighe devoti cui è scomparso il compasso, il perno sicuro.
così è qui che finisce la sua epoca, con la conseguenza che è la nostra, ora; senza dubbi, lo dicono i fatti e le lapidi.
ma così,.. cresciamo?
perché, se stiamo già tirando righe per conto nostro, e da mo’?
è il valore simbolico, mi dico. una sorta di rito di passaggio – arcaico, sì – intrinseco alla nostra specie, al suo schema familiare e, infine, sociale.
e il significato resta agganciato stretto stretto ai termini: se hai un genitore, sei un figlio, quindi stai ancora crescendo. punto.
qualcosa così, immagino. deve avermi colpito per questo, oltre che perché adesso penso spesso di non abbracciare i miei genitori abbastanza spesso :-)
l’idea dell’aperitivo poi è evaporata dalla mia mente mentre questa cedeva alla voce del cuore, con il dovuto magone.
un nordico impigliatosi nel caos del sud, e messosi di buzzo buono a scioglierne i nodi senza economia di forbice, è stato l’uomo da cui ho imparato a scrivere bene uscita ➔
era un cancro autentico, divertito da un prestigio cresciuto al ritmo delle fabbriche del boom economico e ridimensionatosi al ritmo della democratica diffusione dei programmi di grafica. trovarsi poi assai allo sbaraglio nei furbi anni novanta non giovò.
fu tuttavia una enorme fortuna far parte dello studio, e un grande onore.
(scherzando, un giorno, ci disse: “après moi, le déluge”. come non pensarci, ora?)
(ah, e poi: lo faceva sempre molto ridere il vizio italiano di affibbiare titoli a vanvera, e vi si opponeva ogni volta che gli davano dell’architetto, precisando che no, lui era solo un grafico.)
la cremina per le mani
January 7, 2010
(capisco che quanto segue potrebbe apparire estremamente noioso. sii avvisato)
ce ne voleva, finito di lavare gli ultimi piatti. ho taglietti dappertutto, e le nocche screpolate.
però ne è valsa la pena: vedere la faccia dei ragazzi di ritorno dalla settimana abbondante dai nonni francesi. mentre erano in bretagna a vedersela con un paesino di mare deserto, ostriche velenose e piatti di gamberetti e bigorneaux (le lumachine di scoglio, che si strappano col forchino dalla loro chiocciola per poi allinearle su una tartine imburrata di quello bretone), io ho fatto ordine in casa. un lavoro titanico, chi mi conosce sa :-)
per esempio, ho tolto tutte le immagini appiccicate. non i quadri, ma i ritagli, le cartoline, i disegnini, i biglietti d’ingresso, le foto-tessera di sconosciuti, gli adesivi, i pensatori, le madonne, i cani, i cieli, i parenti, gli amici, i posti, i mezzi di locomozione, l’arte astratta, i calendari vecchi.
poi ho tolto le cose che penzolavano: rametti di pomodorini, collane, totem di cartone e totem di pneumatici, aironi di origami fossilizzati in quell’indefinibile spuma grigioscuro formata da polvere, unto, ragnatele e spremitura d’anima.
ho tolto le cose fissate alle travi con chiodi e puntine: testine di creta, maschere di carta, utensili arrugginiti, cornici di vecchie sveglie, comunicazioni della scuola, palle di natale.
ho riguadagnato superficie calpestabile spostando cose, eliminandone altre; ho liberato parte delle superfici d’appogggio da documenti accumulati, vecchi disegni miei e dei ragazzi, cose uscite dalle tasche di tutti e tre e arenate in giro, pile di riviste, sacchetti di roba smessa – vestitigiochilibri – sacchetti di regali mai recapitati, sacchetti di sacchetti.
e dappertutto ho pulito, spruzzino, spugnette e straccetto sdraiato sul pavimento e in cima alla scala. l’antenna d’auto che funge da ramazza-ragnatele (anche detto “lo zucchero filato” per la forma che, nel tempo, ha assunto: quella di un orrendo zucchero filato di ragnatele sapore smog) passava sempre per prima, a sfoltire il sottobosco, il sottotavolo ed il sovrapensile.
ho sfoltito le librerie, riorganizzato la zona-officina (un display da farmacia della gerber, più alto di me, a ripiani abbastanza solidi da vedersela con chiodi, trapani, cacciaviti e amenità simili.
giorni ci ho messo.
ho scoperto di avere cose che permettevano di risolvere problemi, giungendo a impugnare persino il trapano, uno strumento che ha sempre urtato particolarmente le mie delicate orecchie, e anche un po’ i nervi. in maniera estemporanea, ho impugnato pure l’aspirapolvere. altre cose, nell’esser spostate, o anche solo toccate, mi dicevano – magia – dove potevano andare, o esser utili, perciò ho proceduto, sì, con un vago senso generale, ma il dialogo con le cose mi rimbalzava da un angolo all’altro della (fortunatamente piccola) casa.
altre cose parlavano non per aiutarmi nel lavoro, ma solo perché è quella la loro funzione, il motivo preciso per cui le ho tenute: “dimmi di nuovo di quella volta che io e lei siamo andati a..” oppure “papi, e questo palloncino giallo sgonfio fra le robe che non sai se buttare, perché sei indeciso?”
“perché c’è dietro una storia d’amore..”
“ops. l’ho rotto.”
“COME?!? ah, no, hai solo staccato la parte per gonfiarlo, dammi.. sì, c’è ancora dell’aria dentro..”
non l’ho ancora buttato, comunque :-)
come, chiaramente, non ho buttato tutto il resto! le immagini sono andate a finire nei reciproci contenitori, per lo più scatole di cartone: le fighe con “fighe”, i pensatori con “persone”, le bestie con “animali”, le mie cose con le mie cose, le loro con le loro.
ho lasciato che riaffiorasse il mio coté d’archivista di umane cose (“ogni cosa è illuminata” mi parlava di attrazioni familiari), motivo d’esaperazione per la mia giovane sposa, che ambiva piuttosto ad archiviare le giornate sotto alle coperte, possibilmente col suo giovane sposo al fianco anziché alle prese con lo smontaggio completo di stampanti ad aghi recuperate nei cassonetti.
dunque, avendo le scatole pronte, perché buttare massud e jung, o mariacarla e vergine maria?
stessa prassi per il bagno, più o meno, per completare il pianterreno; ho liberato uno specchio verticale seminascosto, poggiandolo, da solo, contro una parete, come – ho imparato – piace alle signorine eleganti. ho anche messo delle maniglie definitive e solide alla porta a soffietto. sul soppalco sono intervenuto poco, se non dalla mia parte, dove ho fissato al muro un secondo cassetto da tipografia, riempiendone ogni celletta con un oggettino. di cui non sono certo a corto. bello, lo farei tutta la vita. se solo riuscissi poi a staccarmene, magari potrei vendere questi assemblaggi come arte e passare veramente il tempo a raccogliere e riorganizzare..
in parte, credo che questo raptus fosse l’onda lunga dell’aver spostato quasi mezzo terabyte di dati, con l’inevitabile riordino che comporta. il back-up di foto, musica, documenti di gestione e di lavoro doveva pur lasciare qualche segno, dopotutto.
in parte, dopo sei anni di vita in clitündèz, la densità di oggetti aveva raggiunto un punto di saturazione tale per cui le cose nuove finivano direttamente nella spazzatura; una cosa orribile! così ho visto il reset come l’occasione per fare un regalo ai giovani, sorprendendoli con un ambiente relativamente privo di stimoli paterni, con la speranza che l’ordine esteriore ne favorisca quello interiore. li ho costretti a lungo a vivere e respirare una mia estetica quotidiana, ma adesso che sono grandi comprendo che sia difficile aspettarsi che sviluppino sentimenti autonomi sotto una tale pressione. mi sembra un bel modo di iniziare l’anno :-)
(né ho dimenticato le calze sul caminetto, ovvio)
infine, come ciliegina sulla torta, ho installato il faro alogeno inutilizzato in un punto in cui non può far danni; a parte l’inconveniente che, sparando verso il soffitto, ne illumina spietatamente le inquietanti macchie, dà però una botta di fotoni che fa dimenticare d’essere nel ventre più profondo dello stabile; si potrebbero non accendere altre luci, quasi. credo che proverò a sfruttarlo più spesso, tenendo d’occhio il contatore e insetti fritti.
per il resto… mah, qualche film:
moon: bellissimo film di fantascienza serio stile anni ‘70 con un solo attore, yeah.
astroboy: discreto ripescaggio in animazione digitale dell’antico manga del grande tezuka, precorreva concetti ripresi da tutti, dopo, in robotica e società futuristiche.
next: a me bastava che il protagonista fosse n. cage, quando poi ho capito che si era prodotto un film su una storia di dick (?)(cioè, potrei fermarmi, googlare la cosa ed esser precisissimo.. ma perché? fallo tu!) sono stato abbastanza felice.
nemico pubblico: anche dillinger era buono, come facevamo a non averlo ancora capito? molto stranamente – al prezzo di una certa rigidezza, perhaps – depp non ricoda depp. è già un successo.
basta che funzioni: ah, che ridere con la cattiveria dell’intelligenza che nasconde solo un grande bisogno di amore. anche se manca un po’ il bel occhio di di palma (massì, và)
la battaglia dei 3 regni: antica strategia bellica cinese pedantemente illustrata dal prodigo woo, che seguendo il profumo dei verdoni dev’esser stato sorpreso di ritrovarsi di nuovo in cina.
terminator salvation: ormai il governatore non serve neanche più, basta il contesto; e di questo passo potrebbero anche generare degli spin-offs privi perfino dei membri della famiglia connor.
gomorra: esiste una vesione coi sottotitoli? perché io ne ho capito un quarto.
open water: sembra il delirio di uno studente di cinema, e non è affatto rilassante. ma è fatto bene.
s. darko: che bisogno c’era? boh, non ho capito.
e da domani entro veramente in questo gennaio, e in questo anno.
vedremo.