Rob’Log_04

February 5, 2010

Bene, Bima mi ha riempito il secchio grande; uno sciaccquone (due C?) per la notte è garantito. Me lo porto nella capanna in cui Viviom mi ha lasciato stare, anche se, ora che Marcos è partito, il lettone grande potrebbe serrvire a qualcun’altro. Non che qui, nel mini-resort che Carl ha costruito, vengano molti ospiti. Oltre a questa, c’è – appunto – la capanna gemella col letto da una piazza e mezza e quella dove dormono loro due, metà della quale funge da bottega-magazzino per i prodotti che vendono alla gente delle baracche qui dietro.
Sono a Robertsport da due giorni, e questa è la prima sera da solo. Rientrando da Cuttington, martedì, mi sono fatto depositare di nuovo al Corina Hotel, che è poi l’unico posto abbordabile che conosca a Monrovia. Gli altri alberghi, compreso il Great Wall (cinese) hanno prezzi folli, dai cento dollari in su a notte. In una città priva di rete elettrica e idrica, qualsiasi albergo, appena appena conforme agli standard occidentali, spara prezzi assurdi; del resto, oltre al generatore autonomo e a una provvisione d’acqua fatta recapitare coi camion, la presenza di televisione, aria condizionata e colazione continentale puà pretendere questo ed altro. tanto quasi tutti i clienti sono spesati da una qualche organizzazione, perciò – per loro – non è un grosso problema; i turisti come me (squattrinati e adattabili, sono merce rara).
Alla reception mi hanno detto che non c’è nemmeno una singola libera, nemmeno quella che Marcos sta liberando. “ah, Marcos è ancora qui?”
Lo becco nella singola, intento a riempire lo zainetto per poi partire per Robertsport. “Me ne hai parlato talmente tanto che ho voglia di vederla”, mi dice dall’asterno dell’abbraccio molto latino e poco macho che ci scambiamo. Io prevvedevo di fermarmi un paio di giorni per inseguire la decina di sconosciuti che avevo contattato via mail, ma la prospettiva di prendere una costosa doppia e il mio nuovo amico che mi dice di avere una scaletta che gli impone di partire subito mi fanno cambiare immediatamente idea: ‘fanculo gli appuntamenti (se serve tornerò). “vengo con te!” e andiamo a fermare una macchina che ci porti a Duala, la zona di Bushrod Island da cui partono i mezzi per tutto quel che sta a nord e a ovest della capitale. Chiedo all’autista di mollarci – se lo sa – dove ci sono le partenze per Cape Mount;non dopo avergli specificato che ci va bene un trasporto normale (e non charter), ovvero che, strada facendo, può tranquillamente caricare e scaricare tutta la gente che vuole: in media significa due davanti (e il passeggero DEVE mettersi la cintura)e quattro dietro, qualunque sia la stazza; entrambi adoriamo questa modalità, che permette (a Marcos, soprattutto) di curiosare nelle vite dei passeggeri.
Chiedendo un po’, l’autista trova il posto giusto perché, come scendo dalla macchina, un tipo urla il mio nome e mi abbraccia energicamente. Non ne ricordo il nome, ché di solito sta a Monrovia, ma lo riconosco e la lieve tensione dovuta al doverci organizzare da soli (a marzo avevo preso un charter per Rob’) si dissolve come un fiocco di neve in un tostapane acceso. Il mio paesano si prende cura del borsone mentre io e Marcos trattiamo con l’agente della cosporazione dei trasporti, che fissa il prezzo dopo essersi accertato che – veramente – vogliamo solo 2 posti e non tutta la macchina. Tutto attorno una folla di curiosi un po’ delusi dal fatto che i due white men abbiano già risolto la questione trasporto.
L’autista è Michael, uno che copre la tratta Monrovia-Robertsport ogni giorno, e la cosa mi tranquillizza. Apre lo sportellone posteriore della familiare e spinge il borsone sopra a delle bombole di gas, e la cosa mi preoccupa: non vorrei esplodere a metà strada… col paesano ci si dà appuntamento il fine settimana da O.J. e partiamo, stranamente solo in 4, autista compreso.
Al primo posto di blocco vogliono vedere i nostri documenti, “perché siete bianchi, e cercano di spillarvi qualche dollaro”, ci informa Michael; sorrisi e strette di mano sono tutto ciò di cui ci allegeriamo. Al secondo posto di blocco Michael sbuffa, e tenta di ignorare lo sbirro. che si incazza di brutto facendo spingere sulla careggiata una palo irto di chiodazzi. Michael invece si fa sotto, come per spingerla via coi pneumatici. Il tizio si infuria e pretende di ispezionare il carico, ritenendo comunque insufficiente la fotocopia dei documenti della macchina che M. gli sventola sotto il naso (gli originali li tiene sempre il proprietario del mezzo). e basta, siamo bloccati lì mentre tutti gli altri mezzi passano tranquillamente. M. cambia atteggiamento, ma il tizio non molla, nonostante l’intervento mio e di Marcos (la cui strategia punta sempre sul calcio, di cui sa quanto basta per reggere qualunque conversazione sul tema; una carenza di cui comincio un po’ a pentirmi). Quasi controvoglia, M. chiama qualcuno col cellulare, che poi passa allo sbirro: dall’altra parte si sente chiaramente qualcuno che sbraita, mentre il poliziotto, dapprima autoritario, si fa man mano più docile, fino a diventare ossequioso, per finire con una sfilza di sorry sorry, it won’t happen any more con cui ci lascia ripartire. “sto trasportando della merce per la polizia” ci dice sorridendo.
Al terzo posto di blocco spiego all’ufficiale in comando che no, non mi posso proprio permettere di dargli un aiutino… e dice che non c’è problema. chissà la prossima volta, se sarà così accondiscendente..
A Madina Junction, da dove parte la strada in terra battuta per Cape Mount, c’è gente da caricare: finita la pacchia. Riconosco Aleo, compagno delle elementari e capo della omicidi, e sono grandi abbracci (vabbè, questo particolare – che rimarrà una costante degli ultimi 2 giorni – non lo aggiungo più). Lui e il collega, uno piccoletto con cui condivido il sedile anteriore, sono reduci da un’indagine che riguarda la morte di un cercatore di diamanti; il tizio, ingaggiato dal proprietario delle terre coinvolte, era in immersione in mezzo alle rocce di un fiume (“son cose che si fanno solo nella dry season”, mi spiega Aleo) e non è più riemerso. vivo, s’intende.
La strada, risistemata di recente, permette di sfrecciare a cento all’ora, inseguiti dalla tempesta di polvere rossa che azzera il mondo nello specchietto retrovisore, e io sono spensierato fino al Lake Piso; da lì in poi il cuore comincia a rivendicare il diritto di emozionarsi, e quando scorgo il profilo del monte sono felice di esser seduto davanti, dove gli altri non possono vedere un paio di lacrime che sfottono le mie capacità di autocontrollo :-)
“portaci da Fanbuleh, poi vedremo” dico a Michael, non avendo ancora deciso dove puntare per dormire.
Il vecchio dirigente della dismessa telecom è piuttosto sorpreso di veder scendere dall’auto quello che per due settimane, lo scorso marzo, era stato il suo vicino della croce rossa liberiana, nonché fido compagno di boccali estemporanei. e il sottoscritto è felice di trovare il vecchio ad aspettarlo sulla stessa sedia su cui lo aveva lasciato raccomandandogli di aspettarlo.
Molliamo la roba da lui e, dopo una birra insieme, io e Marcos andiamo a vedere se Carl è nel suo mini-resort. “è a Monrovia, torna venerdì” mi dice Viviom, mentre le esprimo felicità per il pancione di otto mesi che il crucco pazzo le ha messo in cantiere. “ma ha detto che potete rimanere qui, non c’è problema. vi preparo la cena.”
Dopo cena ci buttiamo sul lettone pulito, in una capanna rotonda di fango dalle pareti intonacate bianche, un muro-separé a nascondere la tazza e la zona doccia (2 secchi d’acqua in dotazione stabile), corrente 220 da generatore, l’atlantico alla fine della lunga spiaggia, uptown, Robertsport.
Trascorro mercoledì a fare il giro dei saluti, che per Marcos è l’occasione di divertirsi vedendomi alle prese col mio paese natale. e io mi diverto a presentarlo ai miei amici, coi quali parla, ride, beve, mangia, gioca a calcio e tutto. Nell’arco dell’intensa giornata ci imbattiamo in Raj, un Peace corp che per sei mesi dovrà spiegare la letteratura inglese e americana ai ragazzi più grandi della scuola governativa dove Mom insegnava francese; inconfondibilmente indiano di origini, questo giovane californiano di Los Angeles è stato spedito – dopo tre anni di Romania – a Robertsport, senza che avesse la minima idea di dove e cosa fosse. La sera, da O.J., un paio di suoi studenti si sono complimentati con me per averlo finalmente fatto uscire dalla casa assegnatagli. E che ridere il nostro rientro al chiar di luna, brilli, stanchi, accaldati.
E stamattina alle 7 ho aspettato che Marcos fosse pronto, prima di alzarmi, abbracciarlo ancora una volta e augurargli un buon viaggio attraverso la frontiera con la Sierra Leone, dove continuerà la ricerca degli amici dei suoi fortunati rifugiati.
Poi sono andato alla filiale della banca e ho aperto un conto. “No Thomas, metti pure che non sono mai stato in prigione.”

trop’log_3

February 1, 2010

alle 7 e mezza circa sento battere qualcosa, fuori in giardino. è domenica e i ragazzi (in casa ce ne sono circa 6, nella solita formula per cui tutti sono figli anche se non lo sono; possono essere nipoti diretti, indiretti, qualsiasi cosa, ma una volta acolti in casa tutti chiamano charles daddy, o pappé, a indicare il patriarca, per così dire; e non solo; anch’io, in giro per monrovia, vengo chiamato pappé dai venditori: evidenza del mio non essere unragazzino) i ragazzi, dicevo, stanno pestando il riso per separarlo dalle pellicine (e chissà come si dicono queste cose in italiano…). pestano, travasano in larghi vassoi di vimini intrecciato e lo fanno saltare, separando riso da scarto.
per me, che mi preoccupavo di cosa avrei avuto per colazione, è pronta una moka da sei di caffè italiano. tutta per me! e pane e marmellata. uau.
charles va a messa, io aiuto i ragazzini a rifornire i bidoni con l’acqua per la casa (non c’è l’acqua corrente, ma si va a un rubinetto comune a riempire secchi e bidoni. o alla pompa a mano, se la pressione del rubinetto è troppo debole). pochi viaggi e sudo di già. penso ai ragazini che frequento in città.. anche i miei, che non hanno alcuna idea di cosa significhi svolgere i propri compiti; da me, se rifanno il letto, sembra un evento. qui è normale: vivi qui, lavora.
dopo Samuel mi ha portato in giro per la zona col SUV in dotazione a daddy: prima un giro del campus (è domenica e regna il silenzio), che mi pare enorme; in effetti, Samuel mi dice che è la seconda università del paese, con studenti che arrivano anche da altri paesi dell’africa occidentale. circa un migliaio. Ci sono le varie facoltà (gli edifici sono molti, tutti di un solo piano), i dormitori, la mensa, le officine meccaniche e di carpenteria, la centrale elettrica (sono messi molto meglio che a robertsport, con la corrente disponibile dalle 8 del mattino a mezzanotte), la stazione di pompaggio vicino al fiume (torrente) e quella di trattamento (filtraggio e trattamento chimico) dell’acqua. poi biblioteca, sala conferenze, chiesa e gli alloggi dello staff docente e non. ah, ci sono pure pollai con centinaia di galline ivoriane e porcili, i più puliti che abbia mai visto. A breve dovrebbe esser ripristinata l’area per l’allevamento dei conigli, mentre per le 4 vacche sembra che il poker sarà l’unico passatempo ancora per un po’.
“era tutto distrutto, tutto saccheggiato” mi informa Samuel..
Uscendo dal campus, tutto il territorio attorno fa parte del cuttington: boschi e boschi di caucciù, campi di riso, bacini per l’itticoltura, boschi di palma da dattero (quello per l’olio) e un po’ ovunque appezzamenti di cassava (manioca).
Mi fa anche fare un giro per il villaggio dove è nato Charles, dove prevalgono le capanne rurali in fango, con i tetti di frasche. Non ero mai stato in posti che non fossero cape mount, dunque sono assai felice. In questa parte di bong county l’etnia prevalente è rappresentata dai kpelle (pronuncia pèllè), e al ritorno, mentre orita, una delle ragazzine, mi lava un po’ di roba (a mano), nimu mi insegna qualche parola in dialetto. ridono un sacco per la fatica che faccio a pronunciare suoni tipo mqplaè (please) o qbaò (non è successo nulla = tutto bene). in imbarazzo per la minore che mi centrifuga i calzini, propongo – almeno – di portare l’acqua dalla pompa.
“luca, pa ku me mi!” quando alice mi dice di venire a mangiare, scopro che in sala è apparecchiato solo per me, così attacco il riso con una salsa piccante di carne e.. spaghetti rotti! Ho già finito quando rientra Charles, che si mette a tavola mentre Samuel va a mangiare in terrazza; mi dovrò riabituare a questa cosa, il diverso modo di alimentarsi che non prevede la raccolta di tutta la famiglia attorno al tavolo. qui si mangia, le riunioni sono altra cosa.
adesso le ragazze, tirate in ghingheri, sono scese a SKT (sergeant K – un cognome – Town), mentre io dovrei riposare, come fanno gli adulti. quindi sto disobbedendo :-)
Quando finiremo il riposino, charles vuole portarmi non so dove. bene.
era una missione, il posto oltre Gbarnga, capoluogo della conta di Bong, dove doveva andare, aveva delle cose da discutere col responsabile laggiù, mentre io mi facevo portare in giro da un timido e gentile assistente. per tutto il viaggio gli ho rotto l’anima con domande sull’agricoltura in liberia, ricevendo risposte che accendevano nuove domande. Charles la sa lunga, questo è sicuro. semmai mi lancerò in qualche impresa che implichi ficcare piccole cose nella terra affinché divengano grandi e forti (o deliziose) so a chi chiedere consiglio :-) o collaboratori.
La strada è di quelle che lui chiamam ugly road, con la conseguenza che si viaggia a 70 all’ora facendo lo slalom fra le buche e i mezzi in arrivo dalla direzione contraria. in un posto ci siamo fermati a vedere della gente che gettava pane in un ruscello, per il groviglio di pescigatto che vi si trovava. pare che credano così di placare nono so quali spiriti; a me pareva la stessa attività che si vede ai giardini di via palestro: un passatempo.
lungo il tragitto ho visto alcuni alberi maestosi, un assaggio di ciò che si trova più a nord, nella regione montagnosa di Nimba, vengo a sapere; un giorno ci voglio andare!
alla missione ho visto il mio primo mais liberiano, delle anguriette e il fiore dell’albero del cotone, un bestione gommoso degno del genitore, un bébé alto 4 o 5 piani. e a proposito di gomma, ancora boschi e boschi di alberi da caucciù ben allineati, piantagioni private intervallate da centri di acquisto, come quando nei western si vedevano i negozietti dei compratori d’oro. e, in fin dei conti, il cucciù è una specie di oro: una tonnellata, che si raccoglie – mi dice – in un paio di settimane, viene venduta a mille dollari (U.S.). è una fortuna, qui.
Al ritorno si è fermato a prendere un’angurietta a un chiosco lungo la strada, da gente che conosce. la venditrice, una ragazza che avrebbe dovuto iscriversi all’università ma a cui lo sponsor ha tolto il finanziamento causa gravidanza inoportuna, è – finora – la donna più bellissimissima che io abbia visto finora, con un volto splendido. radioso. e che denti che hanno, acci-denti, appunto…
al campus abbiamo fatto un salto all’edificio dove è ospitato il server e i modem satellitari, roba sofisticata la metà della quale si è fritta con i fulmini per una cattiva messa a terra. poi mi molla a casa e riparte per delle condoglianze da fare, e rimango lì a domandarmi che fare. gli altri, disordinatamente, si scaldano degli avanzi mentre sam lava della lattughina che mageremo con la vinaigrette, che – come la pasta barilla – qui si trova. Non ho avuto il coraggio di chiedergli se l’acqua era di quella buona, confidando sull’ultima risorsa dell’immodium. domani saprò, o meglio lo saprà il mio intestino.
La sera mi annoio un po’, ché nel campus non è che sia da fare chissàcché; qualcuno studia, qualcuno si lucida le scarpe da scuola, qualcuno aspetta che sia ora di dormire. io approfitto della corrente elettrica per aggiornarvi (ma non ti annoi?) e chiedervi ya li gni? se andate a letto, rispondete pure owé. altrimenti ba.
(mi segnala pop che ’sti post appaiono doppi; non so perché, ma la connessione è singhiozzante ed è una faticaccia tornare a editare e aggiornare. sorry)

diario tropicale_2

January 31, 2010

la seconda notte nel lettone matrimoniale con Marcos è andata bene, nel senso che non mi sono accorto di avere di fianco un argentino robusto e cappellone se non alle sette del mattino, quando il suo orologio ha iniziato a bippare; e lui a non sentirlo.Col suo telefono ho avvisato Darlington della perdita del mio, e dopo o abbiamo aspettato al Corina Hotel. è ancora disoccupato, e – temporaneamente, dice – non segue i corsi all’università per mancanza di soldi. Infatti era felicissimo delle scarpe da calcio che (su suggerimento di Miss Fatu, la cugina dell’ambasciata a roma) gli ho portato.sogna sempre di sfondare come calciatore, e le scarpe  (modello Predator) mi hanno garantito  - dice – una fetta consistente dei suoi guadagni, quando giocherà ai mondiali nelle fila di qualche celebre squadra. io, per un momento, ho provato ad immaginarmi nababbo grazie alle cosce del buon Darlington, e la cosa era divertente :-)programma della mattinata: andare alla Callcom e prendere la chiavetta. fatto. ora sono a 116 miglia a nordest della capitale, seduto sul mio lettone di stanotte, e credo che riuscirò a postare.. (entro mezzanotte, ché poi tagliano la luce).quindi vado rapido.mentre sono alla scrivania della tipa che mi fa i settaggi vari, Marcos chiama Rio, un altro argentino che gli dice di raggiungerlo.(nah, la storia è troppo lunga, non ce la farò mai!)Rio è il capo della sicurezza del Freeport of Monrovia, ovvero è un ufficiale della gendarmeria portuale argentina in missione UNMIL in Liberia che deve supervisionare il lavoro degli agenti locali. Marcos lo ha contattato per fare un giro del porto.che gliene frega a marcos del porto di monrovia?

Marcosè un trentenne robusto e ipercinetico, a detta del medesimo; sta spendendo il suo mese di ferie per vedere con i suoi occhi da dove arrivano i suoi clienti.avvocato specializzato in diritti civili, è responsabile, in argentina, di una dozzina di ragazzi provenienti dalla liberia, la sierra leone, la costa d’avorio e la guinea (tutti posti che visiterà in questo mese), di quelli che sono riusciti a salire di nascosto su una nave, sono riusciti a rimanere nascosti per tutta l’attraversata (posto privilegiato: il vano dell’ancora!) e sono saltati in acqua prima dell’entrata nel porto. I meno fortunati, una volta scoperti, a volte vengono gettati in mare, per evitare al capitano la multa e le spese di rimpatrio, oltre a quelle di primo mantenimento; se invece il capitano ha un cuore, li tiene a bordo e li lascia in acqua appena fuori dal porto, in modo che attracchino da soli. Marcos, per conoscerli meglio, ha pensato di andare a vedere – e capire – come funzionano queste cose (esistono dei passatori, che vuole incontrare).Il porto della più grande flotta mercantile del mondo è una banchina sgretolata, un deposito containers e molta ONU. Mi immaginavo lì, ad aspettare le mie cose dall’italia..
rientro al Corina, rinfrescata, risaliamo su un taxi collettivo (10 eurocentesimi per una porzione di sedile in una sedan caricata di 6 persone; quando scende uno, ne sale un altro. e si perdono stupidamente i cellulari. a proposito, prima di rientrare ho preso un altro telefono, in un negozio libanese che apriva proprio oggi; il gestore era tutto contento di avere subito un cliente europeo (“tornate, vi aspetto”, anche se ho preso il modello più economico, che attiverò domani.già, perché poi è arrivato Charles.
Charlesè il figlio addottivo liberiano di amici americani degli anni 60 che, tornato nel ‘05, insegna agraria in un’università a un centinaio di chilometri dalla capitale, Cuttington. e io ho un sacco di cose da chiedere a un esperto di coltivazione. beh, parte delle risposte che cercavo me le ha date il paesaggio fuori: tantissimo bambù! non gigante, ma la sua bella figlia Musu, seduta accanto a me dietro (charles e il figlio Samuel davanti) mi ha detto che nei suoi giri (lei istruisce i coltivatori delle aree rurali) ne ha visto che aveva il diametro della sua coscia. e Musu ha delle belle cosce davvero :-)non so quanto rimarrò qui, ma domani sarà tutto un visitare il campus, che comprende acri e acri di coltivazioni-studio (anche se il riso di stasera è stato prodotto qui, e mi sembrava molto ben riuscito).

diario equatoriale_1

January 30, 2010

giovedì, 28 gennaio 2010, h. 22:00 c.a.
Da dove sono seduto ne vedo tre, di monitor: che cosa bizzarra, però. di tutto quel che la Royal Air Maroc avrebbe potuto decidere di far girare sugli schermi disposti all’interno dell’apparecchio, mi becco le sfilate milanesi! Ogni tanto mi sembra pure di riconoscerne qualcuna, delle modelle; Sono video girati soprattutto nei backstage, da quelle troupe che vedevo, formate da un/a giornalista (beh, per modo di dire) e un cameraman. Durante la mia breve stagione come fotografo di backstage li vedevo girare, come me, fra i tavoli da trucco, a riprendere un po’ tutto, e mi domanavo “ma a chi cazzo interessano dei filmati tutti uguali?” Ora ho la risposta: interessano ai gestori delle linee aeree – che devono pagarli quattro denari – per riempire di nulla le ore di volo dei loro clienti. Alternati alle sfilate, può capitare oba simile: immagini di automobili da colezionismo, dove un’altra mini-troupe non fa che recarsi all’evento, riprendere tutto (come alle sfilate, è facile produrre immagini gradevoli quando i soggetti sono splendidi) e venderlo al miglior offerente, che in questi casi immagino sia un’genzia specializzata in questo tipo di contrabbando.
Tutto questo per dire che sono in volo sopra l’africa occidentale, diretto in Liberia, dove starò un mese.
Tra la fine del vecchio contratto e l’inizio del nuovo, ho chiesto e ottenuto un mese di pausa, “perché ho delle cose da sistemare a casa” ho detto alla tipa del personale. Non le ho detto quale casa, però.
Un mese sabbatico, sembrerebbe. In realtà non lo dovrebbe essere, anzi: sto andando a cercare lavoro, addirittura! O perlomeno a capire se ci sono delle possibilità, se questo sogno matto di tornare a vivere dove sono nato può essere realizzabile..
Non è che senta di sapere bene cosa faccio, sia chiaro; tanto più che sembra quasi una follia.
Mi porto dietro la propensione a sognare assieme a quella alla disillusione, la propensione a confidare nel caso assieme a quella a non sottovalutare l’immenso potere della sfiga, la tendenza a pensare poco ai dettagli assieme a quella a intuire il quadro generale, anche nel male.
Sono meno eccitato di undici mesi fa; normale, credo.
Ma non sono meno ansioso.
In parte è dovuto al libro che ho finito prima di leggere, The Darling di Russel Banks. Avendolo letto, e trattando della Liberia, abine me lo ha regalato a Natale, in inglese. “è molto bello, e molto forte”, mi aveva anticipato. Ed io ho iniziato proprio durante la trasferta a Roma, in cerca del visto sul passaporto; finendolo oggi, in volo per Monrovia, mi sembra quasi d’aver letto una guida, di quelle toste sui paesi semisconosciuti. E un po’ lo è stato, ma in termini storici.
è un romanzo che narra le vicende di una donna bianca americana che arriva in Liberia quando la mia famiglia se ne stava andando via, e copre tuti gli anni delle due guerre mondiali (così i liberiani hanno battezzato i due conflitti civili che li hanno visti carnefici e vittime di sé stessi), per concludersi nel 2001, poco prima della fuga di Charles Taylor, ora sotto processo all’Aja per crimini di guerra. Perciò, in un certo senso, il romanzo mi ha restituito tutta la fetta di storia interna che mi mancava, poiché i media internazionali avevano ignorato i massacri, o neanche se ne erano accorti. In quegli anni io preferivo così, credo. Si sapeva che le cose erano andate a puttane, in maniera orribile, e tanto mi bastava: non ci potevo tornare, né fare alcunché dall’Italia, quindi era più semplice non pensarci..
A dire il vero, nel romanzo Banks offre soprattutto la sua (più che credibile) interpretazione della storia Liberiana, partendo dalla sua fondazione; è una storia diversa da quella che viene insegnata a scuola, ed è una storia poco nobile. Un paese avanzato istituisce una colonia tropicale cogliendo l’oportunità per alleggerirsi di svariate migliaia di ex-schiavi di cui non gradisce la presenza. L’orgoglio dei primi arrivati li renderà insensibili alle sorti degli indigeni, che sfrutteranno per quasi due secoli, fino a che questi non si fanno abbindolare da individui senza scrupoli che li manovrano per arricchirsi.
Il risultato è il posto dove sto andando, uno dei paesi più miseri del pianeta, nonostante si trovi in una fascia climatica favorevole e nonostante le risorse naturali siano immense, se rapportate alla popolazione.
Altra ansia deriva dai miei vecchi, che non se la sono sentita di affrontare un viaggio simile, nonostante il forte desiderio. Non lo hanno detto, ma credo che abbiano anche voluto lasciarmi spazio, vedermi andare da solo e arrangiarmi; mi amano, e farebbero veramente di tutto per aiutarmi, ma questa volta – mi dico – drvono aver pensato che il miglior aiuto sarebbe stata l’assenza di aiuti. Confesso che la cosa mi solleva, in qualche modo: avrebbero insistito con vecchi amici per farmi introdurre in ambienti privilegiati, e io questo non lo ho mai sopportato. Sarebbero stati i genitori di Luca, e Luca sarebbe stato un bambino, ancora…
Non so come andrà. Spero bene, ovviamente. Fra un’ora e mezza il caldo, scendendo la scaletta dell’aereo, mi ricorderà i miei impegni prossimi.
E domani si vedrà.

checklist (or chestleak)

January 27, 2010

sono un po’ assente, e mica solo oggi; è dall’inizio del mese che, uno alla volta, metto assieme i pezzi neccessari per raggiungere di nuovo robertsport.
è da un mese che sono dentro e fuori la liberia, attraverso lo scambio di mail con i contatti lì e in america, con la lettura di vari giornali locali online e con la preparazione dei bagagli, dove mi proietto all’equatore in tutte le possibili situazioni: dormire, mangiare, camminare e – of course – spaparazzato al sole in spiaggia.

a differenza dello scorso marzo, questa volta so cosa aspettarmi, perciò l’eccitazione è inferiore. e non è più “la prima volta in 36 anni”, che aveva un valore a dir poco mistico :-)
beh, ci sarà un’altra differenza, di cui è giusto parlare, sopprattutto quassù: ieri sono sera ho saltato la cena e sono andato a letto quasi alle tre, ché dovevo fare la conoscenza con un netbook nuovo fiammante. come per la digitalina (che presi due giorni prima di partire), ho preso uno di questi affarini per provare a connettermi da là; nella speranza di non aver fatto una cazzata, ho scelto quello che costava meno: se si rompe, se lo perdo, se qualcuno dovesse insistere pesantemente per averlo a tutti i costi, almeno piangerò meno.
l’idea è di accedere alla posta elettronica e rassicurare i miei cari; se poi riuscirò a usare skype, tanto meglio. ah, naturalmente ci ficcherò i soliti giga di musica e ci scaricherò le foto che farò.
e chissà che non possa scrivere anche quassù; mi piacerebbe.

dunque torno.
qualche giorno fa, coi ragazzi, abbiamo aderito alla cerimonia globale del recarsi in un cinema adeguatamente attrezzato per passarvi quasi tre ore, in contemplazione di un mondo bellissimo e inesistente; nonostante lo stupore continuo, riuscivo comunque a dirmi “pochi giorni ancora e torni a pandora anche tu, vecchio”. uscendone eravamo un po’ mogi, un po’ schifati da viale abbruzzi e piazzale loreto; poi avrei letto da qualche parte della diffusione mondiale di una cosa chiamata “depressione post-avatar”. ho sorriso, e mi rivedevo sullo shuttle che mi riportava a milano.. era autentica depressione post-robertsport, sicuro.
sono giorni che vivo osservandomi in questo primo mondo, ricordandomi di apprezzare il letto pulito, la doccia calda (ahhhhhh…) o la bistrattata mensa aziendale.
pedalo nell’aria gelida di neve trattenuta; cattivo, dico all’inverno di fottersi.
sento di nuovo i jet che decollano da linate, cicalini che anticipano l’emozione di guardare dal finestrino, l’atlante che spunta dalle nubi a sinistra, le campagne verdi attorno a casablanca, il buio pressoché totale che accoglie la discesa al robertsfield international airport, poco più di una palazzina in fondo a una striscia di catrame caldo.

dunque torno, dicevo. la prima volta ho constatato che robertsport, e la liberia, esistono davvero. ho visto che esiste anche la miseria, la più misera miseria possibile, la più degradante insalubre e violenta miseria che potessi perfino immaginare. poi ho visto quel che resta di pandora – o Gaia, per i terrestri – e mi sono emozionato per la sua vitalità.. come non volerci vivere in mezzo? infine ho trovato persone premurose e affettuose, trasportate incolumi attraverso la first e la second world war (incolumi per modo di dire: a dispetto di corpi integri, quanti cuori feriti e vite trasformate, adattate a una società zoppa..), tutte a scongiurare una third world war.
non conosco il terzo mondo, né me ne sono mai occupato. preoccuparsi è tutta un’altra cosa, mi rendo conto. è una cosa che richiede poco impegno.
in liberia non c’è nulla che richieda poco impegno, eppure (io, comodo come sono) ho provato il desiderio di provarci; mi guardavo attorno con la sensazione di poter contribuire in qualche modo, ma quale?
sono un grafico: il terziario avanzato non è un settore particolarmente attivo, da quelle parti, ma qualcosa ci dev’essere e torno per scoprire cosa. mi dico che potrei contribuire alla promozione turistica, e le 4 lingue che parlo bene servirebbero pure (la quinta, il veneto, mi pare superflua). potrei insegnare qualcosa, qualunque cosa, vista la scarsità di insegnanti e la scarsa istruzione dei medesimi. potrei avviare un’attività commerciale (perciò devo capire cosa posso fare con i miei esigui capitali), possibilmente creando opportunità di impiego. potrei potrei potrei.

. . .

(some time later)
in casa, fra 24 ore sarò partito, una miriade di cose ancora da fare, mi sembra… continuo a togliere e aggiungere dal borsone, sul filo dei 20 kg., la maggior parte delle quali non mi serve veramente; ancora indumenti smessi, quaderni fuori moda, matite e pastelli anche rotti, dei doni e dei giochi recuperati. poi le foto per gli amici, quelle per convincere gli scettici, i documenti per provare che non sono un pazzo.
stamattina una doccia calda, domandandomi se sarei arrivato a farne u’altra questa sera :-) e per il resto tutto un trafficare con i due portatili, quello anziano a cedere di tutto a quello sbarbato (che si arrangia benone anche da solo, devo dire; ero terrorizzato dall’idea di utilizzare, per la prima volta, un pc vero invece di un mac, e invece l’affarino – concepito per sbarbati – si fa condurre abbastanza docilmente. tant mieux).

(ecco, ora mi viene in mente una cosa cui penso spesso, ma molto spesso: che tutto questo freddo, per non dire dei 4 fiocchi di ieri sera, tutto questo pompare la caldaia per faticare a raggiungere una temperatura sopportabile, tutto ’sto gelo, mi dànno davvero tanta gioia. mi fanno infatti desiderare ardentemente di esser già lì, ecco cosa mi fanno!)

bon, torno ai bagagli. a presto.

turismo d’élite

January 21, 2010

bon. adesso cerco un bicchiere d’acqua e mi ingoio un pastiglione di meflochina cloridrato.
ricordo ai distratti che un pastiglione di meflochina cloridrato preso a gennaio significa che, tempo una settimana, ci si ritrova in piena estate subsahariana.
(beh, non è che basti questo; può essere d’aiuto fare un giro a roma a salutare un ministro plenipotenziario, alleggerirsi di svariati denari ceduti a un vettore marocchino, districarsi in un groviglio di mail scambiate con perfetti sconosciuti e via dicendo).
e a una settimana dalla partenza per la terra natale, gonfio di speranze in un futuro tropicale e ben ritmato, mi arriva la segnalazione di un documentario (in 8 parti) che mi fa riflettere assai…

della serie: io, annoiarmi in un villaggio-tutto-compreso? non sia mai!

(dita incrociate? quali dita incrociate?.. segue il testo introduttivo che dicevo; a valle del link, invece, gli otto ameni filmati)


The Vice Guide to Liberia

By Andy Capper, Vice UK Editor
January 20, 2010 10:26 a.m. EST

‘It’s WWIII’ in Liberia

STORY HIGHLIGHTS

Crew of three gets firsthand look at poverty, substance abuse in war-ravaged Liberia
Women at local brothel tell of beatings by U.N. soldiers, child prostitution
An ex-warlord who claims to have killed babies, cannibalized victims guides crew

RELATED TOPICS

Liberia
War and Conflict

Editor’s note: The staff at CNN.com has recently been intrigued by the journalism of VICE, an independent media company and Web site based in Brooklyn, New York. VBS.TV is Vice’s broadband television network. The reports, which are produced solely by VICE, reflect a very transparent approach to journalism, where viewers are taken along on every step of the reporting process. We believe this unique reporting approach is worthy of sharing with our CNN.com readers. Viewer discretion advised.
London, England (VBS.TV) — In previous episodes of The Vice Guide to Travel, we road-tripped through North Korea, shopped for dirty bombs in Bulgaria, and hunted mutant wild boars in Chernobyl. Little did we know that all of our harrowing journeys would leave us only semi-prepared for a recent trip to war-ravaged, godforsaken Liberia.
Since 1989, a series of brutal civil wars — primarily fought by drug-addicted, prepubescent orphans — has rendered Liberia one of the most dangerous countries in the world. Everyone has heard the stories of abject poverty, ubiquitous substance abuse and wanton violence taking place there, but we don’t really believe anything that we don’t see for ourselves. So, stomachs firmly knotted, off we went.
We arrived in Liberia with a small crew of three and quickly rendezvoused with a local journalist who would be our fixer and guide. Our first shooting location was the West Point slum, home to 80,000 people living in conditions that redefine squalor. Miles of rotting garbage surround the slum, which has no sewage system. Pretty much everyone — even the local government officials — defecates and urinates in the open. Drugs, prostitution and armed robbery are the main industries. We got to know some of the residents of West Point, who told us their stories as they smoked heroin and cocaine and begged us for money.
Next we visited a local brothel. The women who lived there talked with us about the U.N. soldiers who have sex with the child prostitutes and beat the older women, and then leave without paying.
See the full Vice guide to Liberia on VBS.TV
But perhaps the most revelatory portions of our trip to Liberia came from meeting the major warlords of the nation’s civil wars. There’s a tradition in Liberian militias of taking on extravagant noms de guerre. Hence, our subjects were named General Bin Laden, General Rambo and General Butt Naked. The latter, in particular, was one of the most notorious Liberian warlords. He claims to have personally killed 20,000 people including babies, and to have sometimes cannibalized his victims.
Today, General Butt Naked goes by his birth name, which is Joshua. During our time together, he told us that Liberia will surely implode into civil war again when the U.N. leaves next year. But in the meantime, Joshua wants to redeem himself. He offered us a glimpse of the Liberia that he wants to forge, and we found ourselves growing to like him. He took us to his church, where he rehabilitates child soldiers. We watched as he preached his way through Monrovia on a Sunday.
Is there a chance that his mission will succeed, and further civil war can be averted in this desperate country? That’s one of the many questions that we came away with upon our safe return from Liberia. Watch our documentary about our time there and see what you think.

(e sì, starò attento. molto attento)

solo una cosa

January 18, 2010

son giorni in cui penso ad altro, a scapito dello scrivere quassù (e del leggervi)
perciò solo una segnalazione: qui ho messo foto recenti, da cui si potrà concludere che sono stato in giro per il lambro e ho incontrato un ricciopoconascosto, che nel rimettere in ordine la casa mi è scappato di assemblare cose, che sono stato a una mostra a milano che consiglio a chi ha dei ragazzini (la giappa al Pac), che a milano era uscito il sole mentre a roma piovigginava, che poi anche a roma ha fatto bello, che lì ci ho visto 2 mostre, un sacco di ruderi e un riccionascosto. e ho visto il mio nuovo visto.

domenica sera, fatto il weekend, felix si mette a leggere il libro per scuola.
ada ne sbircia la copertina e fa:
“che brutto titolo! cioè, il barone rampante vabè, ma italo calvino.. non è un bel nome!”
le segnalo che trattasi dell’autore, mica di parte del titolo.
“ancora peggio! come si fa chiamare un bambino italo calvino?? è orrendo!”
non so cosa dire, ma felix inizia a ghignare.
ada, imperterrita:
“pensa a scuola, povero! calvino italo è presente?”
felix scoppia, e io devo ammettere che il misero calvino italo un po’ fa sorridere anche me.
la dolce ada:
“magari era anche piccolo e con pochi capelli!”
e mi chede se non era mica alle volte un italo-calvino-americano…

così tocca crescere

January 12, 2010

“ah. i tuoi sono ancora vivi?”
la sorpresa della sconosciuta che si ricordava di noi non mi sorprese: in un paese dove la durata media di una vita si aggira fra i 40 e i 44 anni, erano stati in molti a rimanere basiti all’idea che il dottore e sua moglie – creature leggendarie di un passato ancor più lontano nella mente che nel tempo – fossero entrambi vivi e vegeti.
ma la tizia aggiunse una cosa, guardandomi seria: “allora non sei ancora cresciuto”.
non solo nei giorni che ancora vi trascorsi, ma anche parecchio tempo dopo il rientro dalla liberia, la seconda frase di quella donna avrebbe risuonato ancora nella mia mente infante..

la vita quotidiana di quella nostra ex-compagna di scuola è totalmente diversa dalla mia; cosa ne sa?
oppure la sua convinzione è dettata da qualcosa di così generale e arcaico che ci devo cercare un significato valido?
e dunque preoccuparmi?

prendiamo ieri.
arrivato a casa mi informa una comune amica che bob se ne è andato.
bob se ne è andato.
subito penso sia il caso di organizzare urgentemente un aperitivo alcolico, che lo apprezzerebbe. passano i minuti, qualche scambio di telefonate, mi osservo.
seh, l’aperitivo. pirla. bob se ne è andato, altro che aperitivo. qui son cuori spezzati, storia che si solidifica, siamo noi, un manipolo di tirarighe devoti cui è scomparso il compasso, il perno sicuro.

così è qui che finisce la sua epoca, con la conseguenza che è la nostra, ora; senza dubbi, lo dicono i fatti e le lapidi.
ma così,.. cresciamo?
perché, se stiamo già tirando righe per conto nostro, e da mo’?
è il valore simbolico, mi dico. una sorta di rito di passaggio – arcaico, sì – intrinseco alla nostra specie, al suo schema familiare e, infine, sociale.
e il significato resta agganciato stretto stretto ai termini: se hai un genitore, sei un figlio, quindi stai ancora crescendo. punto.
qualcosa così, immagino. deve avermi colpito per questo, oltre che perché adesso penso spesso di non abbracciare i miei genitori abbastanza spesso :-)

l’idea dell’aperitivo poi è evaporata dalla mia mente mentre questa cedeva alla voce del cuore, con il dovuto magone.
un nordico impigliatosi nel caos del sud, e messosi di buzzo buono a scioglierne i nodi senza economia di forbice, è stato l’uomo da cui ho imparato a scrivere bene uscita
era un cancro autentico, divertito da un prestigio cresciuto al ritmo delle fabbriche del boom economico e ridimensionatosi al ritmo della democratica diffusione dei programmi di grafica. trovarsi poi assai allo sbaraglio nei furbi anni novanta non giovò.
fu tuttavia una enorme fortuna far parte dello studio, e un grande onore.

(scherzando, un giorno, ci disse: “après moi, le déluge”. come non pensarci, ora?)
(ah, e poi: lo faceva sempre molto ridere il vizio italiano di affibbiare titoli a vanvera, e vi si opponeva ogni volta che gli davano dell’architetto, precisando che no, lui era solo un grafico.)

la cremina per le mani

January 7, 2010

(capisco che quanto segue potrebbe apparire estremamente noioso. sii avvisato)

ce ne voleva, finito di lavare gli ultimi piatti. ho taglietti dappertutto, e le nocche screpolate.
però ne è valsa la pena: vedere la faccia dei ragazzi di ritorno dalla settimana abbondante dai nonni francesi. mentre erano in bretagna a vedersela con un paesino di mare deserto, ostriche velenose e piatti di gamberetti e bigorneaux (le lumachine di scoglio, che si strappano col forchino dalla loro chiocciola per poi allinearle su una tartine imburrata di quello bretone), io ho fatto ordine in casa. un lavoro titanico, chi mi conosce sa :-)
per esempio, ho tolto tutte le immagini appiccicate. non i quadri, ma i ritagli, le cartoline, i disegnini, i biglietti d’ingresso, le foto-tessera di sconosciuti, gli adesivi, i pensatori, le madonne, i cani, i cieli, i parenti, gli amici, i posti, i mezzi di locomozione, l’arte astratta, i calendari vecchi.
poi ho tolto le cose che penzolavano: rametti di pomodorini, collane, totem di cartone e totem di pneumatici, aironi di origami fossilizzati in quell’indefinibile spuma grigioscuro formata da polvere, unto, ragnatele e spremitura d’anima.
ho tolto le cose fissate alle travi con chiodi e puntine: testine di creta, maschere di carta, utensili arrugginiti, cornici di vecchie sveglie, comunicazioni della scuola, palle di natale.
ho riguadagnato superficie calpestabile spostando cose, eliminandone altre; ho liberato parte delle superfici d’appogggio da documenti accumulati, vecchi disegni miei e dei ragazzi, cose uscite dalle tasche di tutti e tre e arenate in giro, pile di riviste, sacchetti di roba smessa – vestitigiochilibri – sacchetti di regali mai recapitati, sacchetti di sacchetti.
e dappertutto ho pulito, spruzzino, spugnette e straccetto sdraiato sul pavimento e in cima alla scala. l’antenna d’auto che funge da ramazza-ragnatele (anche detto “lo zucchero filato” per la forma che, nel tempo, ha assunto: quella di un orrendo zucchero filato di ragnatele sapore smog) passava sempre per prima, a sfoltire il sottobosco, il sottotavolo ed il sovrapensile.
ho sfoltito le librerie, riorganizzato la zona-officina (un display da farmacia della gerber, più alto di me, a ripiani abbastanza solidi da vedersela con chiodi, trapani, cacciaviti e amenità simili.
giorni ci ho messo.
ho scoperto di avere cose che permettevano di risolvere problemi, giungendo a impugnare persino il trapano, uno strumento che ha sempre urtato particolarmente le mie delicate orecchie, e anche un po’ i nervi. in maniera estemporanea, ho impugnato pure l’aspirapolvere. altre cose, nell’esser spostate, o anche solo toccate, mi dicevano – magia – dove potevano andare, o esser utili, perciò ho proceduto, sì, con un vago senso generale, ma il dialogo con le cose mi rimbalzava da un angolo all’altro della (fortunatamente piccola) casa.
altre cose parlavano non per aiutarmi nel lavoro, ma solo perché è quella la loro funzione, il motivo preciso per cui le ho tenute: “dimmi di nuovo di quella volta che io e lei siamo andati a..” oppure “papi, e questo palloncino giallo sgonfio fra le robe che non sai se buttare, perché sei indeciso?”
“perché c’è dietro una storia d’amore..”
“ops. l’ho rotto.”
“COME?!? ah, no, hai solo staccato la parte per gonfiarlo, dammi.. sì, c’è ancora dell’aria dentro..”
non l’ho ancora buttato, comunque :-)
come, chiaramente, non ho buttato tutto il resto! le immagini sono andate a finire nei reciproci contenitori, per lo più scatole di cartone: le fighe con  “fighe”, i pensatori con “persone”, le bestie con “animali”, le mie cose con le mie cose, le loro con le loro.
ho lasciato che riaffiorasse il mio coté d’archivista di umane cose (“ogni cosa è illuminata” mi parlava di attrazioni familiari), motivo d’esaperazione per la mia giovane sposa, che ambiva piuttosto ad archiviare le giornate sotto alle coperte, possibilmente col suo giovane sposo al fianco anziché alle prese con lo smontaggio completo di stampanti ad aghi recuperate nei cassonetti.
dunque, avendo le scatole pronte, perché buttare massud e jung, o mariacarla e vergine maria?
stessa prassi per il bagno, più o meno, per completare il pianterreno; ho liberato uno specchio verticale seminascosto, poggiandolo, da solo, contro una parete, come  – ho imparato – piace alle signorine eleganti. ho anche messo delle maniglie definitive e solide alla porta a soffietto. sul soppalco sono intervenuto poco, se non dalla mia parte, dove ho fissato al muro un secondo cassetto da tipografia, riempiendone ogni celletta con un oggettino. di cui non sono certo a corto. bello, lo farei tutta la vita. se solo riuscissi poi a staccarmene, magari potrei vendere questi assemblaggi come arte e passare veramente il tempo a raccogliere e riorganizzare..
in parte, credo che questo raptus fosse l’onda lunga dell’aver spostato quasi mezzo terabyte di dati, con l’inevitabile riordino che comporta. il back-up di foto, musica, documenti di gestione e di lavoro doveva pur lasciare qualche segno, dopotutto.
in parte, dopo sei anni di vita in clitündèz, la densità di oggetti aveva raggiunto un punto di saturazione tale per cui le cose nuove finivano direttamente nella spazzatura; una cosa orribile! così ho visto il reset come l’occasione per fare un regalo ai giovani, sorprendendoli con un ambiente relativamente privo di stimoli paterni, con la speranza che l’ordine esteriore ne favorisca quello interiore. li ho costretti a lungo a vivere e respirare una mia estetica quotidiana, ma adesso che sono grandi comprendo che sia difficile aspettarsi che sviluppino sentimenti autonomi sotto una tale pressione. mi sembra un bel modo di iniziare l’anno :-)
(né ho dimenticato le calze sul caminetto, ovvio)
infine, come ciliegina sulla torta, ho installato il faro alogeno inutilizzato in un punto in cui non può far danni; a parte l’inconveniente che, sparando verso il soffitto, ne illumina spietatamente le inquietanti macchie, dà però una botta di fotoni che fa dimenticare d’essere nel ventre più profondo dello stabile; si potrebbero non accendere altre luci, quasi. credo che proverò a sfruttarlo più spesso, tenendo d’occhio il contatore e insetti fritti.

per il resto… mah, qualche film:
moon: bellissimo film di fantascienza serio stile anni ‘70 con un solo attore, yeah.
astroboy: discreto ripescaggio in animazione digitale dell’antico manga del grande tezuka, precorreva concetti ripresi da tutti, dopo, in robotica e società futuristiche.
next: a me bastava che il protagonista fosse n. cage, quando poi ho capito che si era prodotto un film su una storia di dick (?)(cioè, potrei fermarmi, googlare la cosa ed esser precisissimo.. ma perché? fallo tu!)  sono stato abbastanza felice.
nemico pubblico: anche dillinger era buono, come facevamo a non averlo ancora capito? molto stranamente – al prezzo di una certa rigidezza, perhaps – depp non ricoda depp. è già un successo.
basta che funzioni: ah, che ridere con la cattiveria dell’intelligenza che nasconde solo un grande bisogno di amore. anche se manca un po’ il bel occhio di di palma (massì, và)
la battaglia dei 3 regni: antica strategia bellica cinese pedantemente illustrata dal prodigo woo, che seguendo il profumo dei verdoni dev’esser stato sorpreso di ritrovarsi di nuovo in cina.
terminator salvation: ormai il governatore non serve neanche più, basta il contesto; e di questo passo potrebbero anche generare degli spin-offs privi perfino dei membri della famiglia connor.
gomorra: esiste una vesione coi sottotitoli? perché io ne ho capito un quarto.
open water: sembra il delirio di uno studente di cinema, e non è affatto rilassante. ma è fatto bene.
s. darko: che bisogno c’era? boh, non ho capito.

e da domani entro veramente in questo gennaio, e in questo anno.
vedremo.