luci della ribalta

December 1, 2009

“pensavo steste girando un film!”
“dobbiamo poter lavorare bene”, mi dice il mio lettore in uniforme (i tratti da attore, un po’ li ha, a dir il vero)
ma non c’è tempo per chiacchierare, e torna a lavorare.
entro in casa, mi giro una sigaretta e torno sull’uscio, a seguire l’operazione di oggi. mentre scrivo, mi accompagna un rombo profondo, quello del gruppo elettrogeno che alimenta l’impianto di illuminazione: sei fari alogeni di quelli da stadio, in cima a un’asta telescopica che supera il primo piano e illumina a giorno mezzo condominio. gli attori sono i soliti: un numero imprecisato di agenti in divisa e in borghese, da riempire almeno tre furgoni e altrettante volanti, di cui una in cortile. poi ci sono quelli del gas e della luce, a verificare contatori vari; quelli dell’a.s.l. e forse qualcun’altro, tipo assistenti sociali.
con l’ausilio della luce si distribuiscono ai vari piani, sù e giù per le ringhiere a bussare a tutte le porte. mi sa che ne hanno per un po’.
“ogni tanto immagino che in questo cortile ci sia erba verde, e un paio di alberetti, tutto pulito e aggiustato.. ma è un sogno, eh?”
sì agente, lo faccio anch’io quel sogno..
ieri, invece, ci sono andato io da loro. i vicini mi avevano detto che erano stati distribuiti dei volantini in cui veniva convocata una riunione condominiale presso il comando di polizia, così ci sono andato. a fare una figura da deficiente.
non c’era nessuna riunione e la faccenda dei foglietti se l’era inventata il giovane condomino iperattivo, oltretutto assente.
“ma le sembra che convochiamo riunioni condominiali?”
“in effetti mi sembrava strano, ma vista l’eccezionalità dello stabile..”
“lo conosciamo lo stabile, e abbiamo i nostri interventi. ma niente riunioni qui da noi.”
ancora un po’ e mi diceva “cissi domani, all’ora di cena!”

beh, io intanto ho cenato. il generatore è ancora in funzione, benché il numero di ospiti sia decisamente diminuito. mi sa che mi guardo un film vero, adesso :-)

. . .

fine primo tempo. non ho mai sentito parlare tanto italiano fuori dalla mia porta; ridono a gran voce, allora butto l’occhio. hanno abbassato il braccio telescopico, poi spengono quella strana giornata senza tramonto e subito dopo il rombo. hanno finito, e sembrano contenti. non ho ancora capito cos’hanno fatto, ma se hanno piazzato delle cariche esplosive.. naaah, sarebbe esagerato, dài!

(certo, ci sarebbero di quei titoloni..)
“CROLLA IL CONDOMINIO-KASBAH - evacuati d’urgenza altri n. edifici considerati pericolanti dalle autorità”

e adesso mi vedo il secondo tempo di uno di quei bei filmoni complottosi che adoro :-D

lievelieve

November 30, 2009

 

usato sicuro

November 27, 2009

il sottoscritto.
si vende.
si affitta, si noleggia, quello che vuoi.
spargi pure la voce, neh?

(la mèil è lvarasca – chiocciolina – gmail.com)

ma fille

November 25, 2009

“siamo arrivati con un quarto d’ora di ritardo, allora abbiamo deciso di aspettare lo spettacolo dopo e così siamo andati lì di fianco, alla triennale, a farci un giro.”
“alla triennale?!? dal duomo, lo chiami lì vicino?”
“ehm, forse era la rinascente..”
“forse sì.”
“poi la sala era pienissima, praticamente solo ragazze! e ogni volta che succedeva qualcosa scoppiavano urletti dappertutto, e c’erano quelle che gli parlavano…”

anche ada, ormai, ha l’età per andare in centro con le amiche, a vedere le ultime disavventure del bellissimo vampiro buono, spettacolo pomeridiano. o mi racconta di quel compagno cui l’insegnante sequestra l’elasticocatapulta, ma ne ha un’altro. viene sequestrato, ma ne ha un’altro ancora. espulso dalla classe, ma è il più intelligente.

mi piace veder decollare le loro vite. ora hanno un modo – e dei fatti – da raccontare sempre più mondani, per così dire. è difficile non volersi fare minuscoli e andare in classe con loro, ché a sentire certi racconti ne viene voglia :-)

ultimamente non le chiedo neanche più se ha fatto i compiti. tanto poi le assegnano il tema “come vedono le donne, gli uomini” e lei, che ne vede spesso due – uno grande e uno vecchio – compone controvoglia e prende novemmezzo. cioè?

ha certe posizioni, nei rapporti umani, che io ancora mi faccio scrupolo ad assumere per timore di essere troppo insensibile, a scapito della mia salvezza fisica e mentale; per lei è semplice questione di sincerità, e se fa male pazienza. meglio che fare qualcosa controvoglia. ecco un’altra cosa fantastica, vederli alle prese con le norme sociali e imparare da loro a considerarle meno rigide di quanto appaiano. e sono stupito e felice di scoprire che a tredici anni mia figlia ha una consapevolezza di sè che solo un secolo fa avrebbe fatto perlomeno borbottare i benpensanti.

vedendo Religiolous, il documentario sul ridicolo – e pericoloso – di certe religioni, la ragazzina infedele si agitava sulla poltrona, scossa dall’allegria e dall’incredulità. ma l’autore, come tanti bravi comici, conosce bene la tragedia, che rievoca per convogliare un paio di informazioni interessanti che sono contento i ragazzi abbiano sentito; proporgliene la visione è stato un modo per riparare un poco al danno creato dalla mancata adesione alle lezioni di religione a scuola. l’ignoranza no, e il documentario ha reso molto digeribili alcune di queste informazioni per le quali loro tenderebbero a provare un comprensibile menefreghismo.

a furia di vederla girare con la felpa di cotone, l’amica e la di lei mamma hanno trascinato ada a scegliersi il regalo di natale, a patto che fosse un cappotto. è tornata con una giacca viola dal taglio aderente con cintura in vita e l’abbotonatura alla marinara, doppiopetto. poco convinta dell’attacco a sorpresa, ci sta dentro come una hostess cinese alla fiera di shanghai, ma passerà.

“come vedono le donne, gli uomini”
boh. gli uomini vedono le donne che hanno di fronte (e viceversa). quella piccoletta (ancora per poco) che vedo io continua a piacermi. (nonostante tutto il resto, beninteso)

listening, now

November 24, 2009

e pure il resto del disco (20 brani!) della rossa, non è niente male.

arrangiarsi

November 20, 2009

è da qualche tempo che dimentico di parlarti di Alfred Sirleaf, un blogger unico al mondo.
è un giornalista liberiano che tiene un blog, aggiornato quotidianamente, sui principali fatti del paese.
lo fa da prima del cessate il fuoco, e scrive usando termini ed espressioni del linguaggio comune, il liberiano parlato nelle strade.giustamente, per permettere a tutti di poter accedere alle informazioni (anche a chi non si può permettere un quotidiano).
il segreto del suo successo (molti più accessi al suo blog che al mio, questo è sicuro!) sta nell’analogico: ogni giorno Alfred si reca al suo baracchino in centro, il Daily Talk, ricoperto di lavagne, e aggiorna a mano le notizie, integrandole con una narrazione verbale se gli accessi sono molti. niente computer, niente connessioni, solo olio di gomito, una buona calligrafia e tanta, tanta buona volontà :-)

cosa fu

November 18, 2009

Johnny Mad Dog è stato girato a Monrovia e dintorni.
gli attori sono tutti non professionisti, per la maggior parte ragazzini.
l’unico bianco che appare, per pochi secondi, è un medico, di cui si vede solo la mano.
Il resto del film segue una banda di bambini-soldato durante i giorni dell’attacco alla capitale da parte dei ribelli, alla fine della seconda guerra civile liberiana.
il titolo inganna un po’, perlomeno se ci si aspetta – come sempre – di affezionarsi al protagonista, o che almeno se ne conosca la storia. ma la sensazione, che credo abbia cercato il regista, è quella dell’abbandono totale, compresa la storia individuale di bambini uccisi nell’anima. credo sia fedele, in questo, al libro da cui è tratto, benché in quello si parli del congo.
non c’è nemmeno una morale particolare, non dà risposte, né ragioni che realmente spieghino l’inferno. l’unica che ho percepito io è che le bambine (le donne liberiane di oggi), col loro buonsenso, sono la sola speranza per ricostruire il paese rotto dai maschi assassini e stupratori.. ci ho letto un omaggio all’attuale governo, e al valore simbolico della prima donna a capo di uno stato africano.
quanto alla forma narrativa, lo trovo coraggioso: rinuncia alla retorica a favore dell’assurdo, per farlo percepire meglio.
in questo film non si accenna nemmeno ai diamanti. il pretesto è etnico, ed è tutto quel che può capire un bambino che si crede invincibile, dotato del superpotere AK47 e dei pochi compagni di banda.
i ragazzi – gli attori – sono bravi, i loro volti sono quelli che fotografavo, belli fieri, ma cercavo anche di immaginare cosa dev’esser stato, non per loro che erano troppo piccoli, ma per gli abitanti delle zone dove hanno girato il film, veder ricostruire con tanto realismo scene che hanno vissuto, legate a ricordi dolorosi..
(che poi, mica ci penso durante la visione di zilioni di film d’azione “normali”, non legati ai miei tropici..)

documentare l’inosservato

November 16, 2009

dopo videocracy, film che andrebbbe proiettato nelle scuole italiane, ho visto due documentari “di settore” molto belli, se non altro perché trattano, in profondità, certi campi del lavoro umano che tendono a passare inosservati; paradossalmente, questi mestieri riguardano visione, percezione, fruibilità.

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Objectified parla di design, andando ad intervistare le persone che stanno progettando gli oggetti più diffusi in questi ultimi tempi. il tema ricorrente è la democratizzazione del buon design, ove si citano i vari colossi industriali che offrono prodotti eleganti a prezzi popolari. in particolare, comunque, ho apprezzato la morale finale, che impone al progettista di contemplare anche lo smaltimento degli oggetti. e il suggerimento di preferire oggetti che si sa non si cambieranno mai; quasi un’esortazione ad amarli, in alternativa allo flirtarci fino all’avvento di un’alternativa più cool.

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Helvetica pure parla di design, sebbene di un tipo particolare: quello dei caratteri da stampa. in realtà è un percorso nella storia e l’influenza che ha avuto una singola famiglia di caratteri che dal 1957 non smette di esercitare un dominio discreto sulla grafica del pianeta. ed è strano commuoversi per un cartattere… anche in questo caso sono stati intervistate le figure più influenti della tipografia contemporanea (e non! stentavo a credere che Hermann Zapf fosse ancora vivo!), con l’onestà di interpellare pure coloro che l’helvetica lo odiano, assieme a quelli che dell’ottima leggibilità se ne sono sbattuti i calamai. altro audiovisivo da imporre ai pischelli che si avvicinano al misterioso mondo dell’informazione scritta. e agli altri, ché ci viene ricordato quanta helvetica abbiamo continuamente sotto agli occhi, per mano di gente come me :-)

ieri, passeggiando con i ragazzi, era difficile non cercarne le infinite applicazioni che, obiettivamente, non si può dire che manchino!

small town

November 12, 2009

sono stato al consiglio di classe di felix, il primo nella nuova scuola.
Come sul fronte studenti, pure il corpo insegnanti conta molte donne: tutte, meno il prof di chimica e fisica chino su un registro a registrare i convenuti. la fila di genitori avanza e tocca a me, “sono il papà di felix” dico. lui alza lo sguardo e spalanca prima gli occhi, poi la bocca in un sorriso che riflette il mio.
ma guarda un po’ dove ritrovo un compagno di milonga :-)
è fantastico sorprendere (piacevolmente) le persone: riconoscono il tuo volto come quello di una persona molto familiare, ma la decontestualizzazione li coglie impreparati, e mentre i neuroni scattano in nuove posizioni l’espressione rimane sospesa..
lui è quello simpatico che ballava sempre con quell’altra alta alta, che faceva la preside di una scuola media. i conti tornano.
la coordinatrice fa un riassunto sull’andamento della classe e, a differenza dell’anno scorso, so che quando parla del gruppetto che ha problemi non mi devo intristire, ché quest’anno il ragazzo va benone; non so se perché era fresco di ripetizioni estive o perché è più a suo agio, ma fin dall’inizio ha ottenuto risultati splendidi.
dicono tutte la stessa cosa, la classe è reattiva e vivace; solo quella di religione sembra depressa, “sapete che ho solo otto alunni?”
signora mia, ne parlavo ancora poche sere fa, con i giovani non-credenti, ribadendo che mi dispiace veramente molto che non possano disporre di lezioni di storia delle religioni, ma solo di religione.. del resto, non c’è anche una crisi delle vocazioni?
è un incontro rapido, disturbato solo da dei lavori in strada che mi auguro durino poco: io non riuscirei a seguire una lezione col sottofondo costante del martello pneumatico.
Gli insegnanti, alla fine, devono iniziarne un’altra, così ho solo il tempo di dire all’amico tanguero che non verrò mai ad un colloquio individuale con lui; il nostro colloquio individuale potrà avvenire solo ed esclusivamente in milonga! e lui è d’accordo :-)
percorrendo il corridoio verso l’uscita affianco una ragazzina che era presente, la rappresentante di classe: “ciao, come ti chiami?” le chiedo con un sorriso.
“F.” risponde con un sorriso timido.
“sono il papà di felix.” chiarisco.
“lo so. si vede tantissimo.”
“ah.” e vado a liberare la bicicletta incapace di capire come un adolescente alto e bello possa assomigliare a un forty-something basso e barbuto.. forse il colore degli occhi, o forse il sorriso..

e pedalo contento al pensiero che mio figlio sorrida a scuola.

scarso tempismo

November 12, 2009

dopo aver lavato piatti e pentola dell’ottimo riso al pollo e curry (ricetta pervenuta per mail e fedelmente replicata – con successo e spazzolatura del fondo della pentola) son lì che controllo delle cose sul computer, i ragazzi sono appena andati a letto, -TOC-TOC-TOC- da chissà dove, “i vicini” penso. “hanno bussato” mi risponde a voce ada dal soppalco.
e chi cazzo è?
apro e una biondina vestita da humphrey bogart mi punta contro un microfono carico (è senz’altro con quel coso nero che l’impavida mi ha ammaccato la porta, penso. e non sa ancora che con me ha già chiuso. per l’impermeabile da reporter, se non altro..)
“buonasera sappiamo che lei è il solo italiano del palazzo ci vuole dire qualcosa per un servizio?” irrompe, infilando l’arma fra le due porte, mentre alle sue spalle e sparsi nel cortile vedo vari figuri scuri: polizia o bodyguard, mi dico.
“non è vero, ci sono altri italiani” dico, tenendo lei fuori e me dentro; avverto la presenza minacciosa di un cameraman nascosto dietro l’uscio (non lo vedo, ma le biondine con un grosso microfono nero sono sempre una protuberanza di giovanotti con grosse telecamere nere, ed il trucco argenteo della tizia non fa che confermarmelo.
“ma ce ne sono pochissimi, è vero?”
“sì, ma il servizio per chi è, mi scusi? perché non so se sono disposto a rilasciare..”
“oh non si preoccupi se preferisce le mettiamo i quadratini sul volto è per mediaset vorremmo solo farle qualche domanda su questo condominio che – sa – è stato al centro..”
“no.”
“non..?”
“no. assolutamente. è ben chiaro?
“allora..”
“mi dispiace, buonasera.”

il fatto è che l’avventurosa giornalista (ma perché venire alle undici di sera? per aggiungere un pizzico di mistero o erano al seguito di una pattuglia?..) – la sciagurata – non poteva immaginare che giusto giusto una mezz’oretta prima avevamo finito di vedere Videocracy, documentario che parla proprio della crescita dell’impero mediatico che le paga gli impermeabili :-)

videocracy_03

perfino ada, che raramente regge fino alla fine i film che le propino, se lo è visto tutto di filato, superando l’eterna diffidenza che la caratterizza quando propongo il cinemenu della serata.
In effetti si assiste ad una carellata di personaggi inquietanti e a volte tragici, mentre viene illustrato uno dei modi in cui un individuo ha potuto salire ai vertici del potere nazionale, ed è tutto talmente posticcio che sbalordisce. in alcuni momenti viene da sentirsi fortunati – e orgogliosi – di non avere in casa un apparecchio televisivo..
alcuni personaggi mi hanno turbato più di altri: uno è quel famoso fotografo – gran bel giovanotto – che ha avuto rogne perché sguinzaglava paparazzi con l’intento di rivendere le immagini alle celebrità stesse: nonostante tutto, nelle interviste ne traspare una dimensione umana, quasi interessante..
l’altro è parimenti un bel giovanotto, cui vengono fatte un paio di domande, che lavora negli studi televisivi come regista di certi programmi di successo, di quelli tutto ospiti-balletti-pubblico delirante. nei pochi frammenti dell’uomo al lavoro, si coglie appieno l’atmosfera della sala di regia e non se ne può rimanere indifferenti: vengono alla mente le scene di tanti film, ove i professionisti hanno il totale controllo della situazione, nonostante questa tenda a variare in continuazione. le pareti high-tech di monitor allineati, i tizi con auricolari da cape canaveral, le urla e la frenesia, l’improvvisazione ed il trasporto – autentico – dell’atto creativo, le parolacce e la concentrazione, tutto suscita una sacra ammirazione. e il paradosso è che quella è la parte invisibile, la parte che genera un visibile di cui, personalmente, ho deciso di fare a meno.
conosco gente che lavora in questa industria (che, beninteso, non è poi tanto diversa da quella per cui lavoro io), persone adorabili che producono spazzatura (perché quello chiede il mercato), l’ottima qualità della quale è generalmente ben retribuita. e confesso che, dopo aver sbattuto la porta in faccia alla bionda, mi sono domandato se non avrei potuto, invece, guadagnarci qualcosa anch’io, a rilasciare la mia preziosa testimonianza :-)
beh, avevo appena dovuto rispondere a ada che, impressionata dai diecimila euri a serata che si becca il paparazzo per un’ora di presenza in discoteca, mi domandava quanto prendessi io al mese.. “ma se vuoi chiedo, e vado al grande fratello! vuoi?”