è stato bello

June 15, 2007

per arrivare in ufficio, e per tornarne, percorro un tratto di pista ciclabile che affianca un terreno recintato, alle spalle del deposito degli autobus. era l’unico pezzo di terra che vedevo in cui gli umani non entravano, al massimo qualcuno forzava la rete, in basso, per farci entrare il cane a cagare ma ultimamente nemmeno più quello: le erbe erano cresciute tanto che il cane, anche di grossa taglia, non si sarebbe nemmeno più visto. Con le erbe erano cresciuti alberelli i cui semi-genitori saranno stati posati lì dal vento, alcuni erano già più alti di me. Li avevo notati per questo, e per il fatto che nel mio pezzetto di cortile a casa non riesce a crescere un cazzo; un paio di alberelli di quelli lì avrebbero fatto una bella differenza, ci sarebbe stato il movimento delle foglie, il colore, la vitalità… l’esser lasciato in pace, come succede a certi vecchi campi minati, aveva permesso al terreno di divenire un rigoglioso giardino naturale, disturbato solo da qualche televisore rotto, un frigo, ciarpame che cretini abusivamente discaricano nottetempo. Guardandolo, in un certo senso, gli porgevo ogni giorno i miei rispetti nonostante ospitasse anche una comunità di bellissima e pesissima ambrosia, la sola pianta alle cui spore so per certo di essere allergico (quando l’ho collegata al fiato corto che mi prendeva in certe giornate torride, ricordo che ero rimasto sbalordito).

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Questa mattina non c’era più. non il terreno, ma tutto quello che ne aveva fatto un terreno speciale: una ruspa e una squadra di extra vestiti di giallo, armati di decespugliatori, picconi e badili aveva tirato su tutto in tre monticelli, in attesa del camion per la deportazione. niente di scioccante, non mi ero mai illuso che potesse durare per sempre, ma la scena era triste. chissà perché? l’ambrosia? Nah, erano già intervenuti un paio d’anni fa e avevano semplicemente raso il campo. che poi è ricresciuto. questa volta hanno grattato tutto, da togliere ogni radice. che ricomincino a metterci le carcasse di autobus sarebbe il danno minore, quello che spero e che non ci diano una bella mano di asfalto o, peggio, che non ci costruiscano sopra qualcosa.

peccato. peccato per le piante, peccato per le bestiole che vivevano lì, e per quelle che ci passavano e basta. peccato per me, che lo guardavo, che ne sentivo i profumi, che ne vedevo i colori. forse non ero l’unico, di lì passano i vecchietti che vanno al mercato e poco lontano si appostano le zingare per lavare i vetri delle auto. non di rado, lì di fianco sotto agli alberi di palmanova, dormivano i barboni nei pomeriggi caldi. dai moderni condomini dall’altra parte del viale forse si potevano seguire le strategie di caccia di qualche gattaccio randagio, dalle bancarelle del mercato ci volavano dentro chissà quante leccornie di cui si rimpinzavano ratti e topini di campagna. e La Città queste cose non le ama.

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lungo questo bordo è rimasta dell’ambrosia e un paio di alberelli, vedi? non sono sicuro che ci saranno ancora, al mio rientro.

peccato, il terreno abbandonato non spargerà più niente. l’ultima immagine che ho, mentre riponevo la digitale, era una confusione di rondini che volavano nevrotiche attorno alla ruspa, ingurgitando nuvole di sfollati: come i gabbiani che bazzicano le discariche. per la prima volta ho visto le rondini, di cui solitamente amo tutto (eccetto la merda), in una luce lugubre. ‘fanculo.

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