non lo volevo fare, ma poi
April 18, 2008
questa settimana iniziava il carrozzone del salone del mobile: quando ho avuto in mano l’allegato col calendario dei vernissage ci ho pensato, a farci un giro. poi mi sono anche detto che forse forse non ne ho poi tanta voglia.
le prime volte era quando alimentarsi di stuzzichini facendo il giro degli show-room aveva la sua importanza. alcuni amici vivevano letteralmente a sbafo per tutta la durata dell’evento, e negli anni raffinavano le strategie di sacchegggio, guida alla mano, prediligendo certi mobilieri ad altri non per il design dei loro mobili ma per la ricchezza del buffet. cioé: quelli della forma di grana da scavare e il prosecchino neanche si cagavano ;-)
beh, mica eravamo ciechi. gli oggetti c’erano, e ce ne sono sempre di più. e i materiali, le soluzioni espositive, opere d’arte esse stesse, suggestive, stimolanti. ripeto, non erano sempre gli oggetti i protagonisti. e in generale l’ambiente era allegro, cosmopolita, giovane e a suo modo coesivo. milano sembrava un po’ meno milano, e ci piaceva molto. avere la morosa francese, e designer curiosa, era un incentivo.
per fortuna ho una digitale solo da pochi anni, perché le occasioni di immagini stimolanti sono infinite e infiniti scatti avrei fatto.
però, in tutta questa novità, di anno in anno e da non addetto ai lavori, alla fine non rimane molto. ogni anno cancella in gran parte quelli precedenti, e le volte che non ci son potuto andare non mi hanno mai lasciato ’sto gran senso dell’essermi perso chissà che.
e questa settimana non sono nel mood.
ma le donne del giornale mi chiedono di andare in un posto in particolare, questione di far 2 foto, che non si sa mai possano servire. in scioltezza, basta la digitalina diffettosa, nessuna indicazione particolare.
arrivo nel posto che ci sono ancora gli operai a finir di montare le cose, “questi sono degli sfigati” sentenzio in un nanosecondo, e così era. (chiaro che lo sfigato con l’accento delle mie terre molto probabilmente gira in una fuoriserie che io neanche uno specchietto mi potrei pigliare, ma non c’entra: lo spazio è clautrofobico, chiaramente recuperato in un cortile grazie a pareti di cartongesso, l’allestimento generale pacchiano, ci giro in mezzo e nessuno mi chiede niente, non è normale, manca la classe. non faccio lo snob, è solo che ne ho viste di queste cose, questi non fanno design, fanno solo giocattoli per ricchi.
ecco, anche per questo non ne avevo voglia: si gira per uno di questi quartieri dedicati, di fronte ai portoni, ai negozi, al cazzo di posto che hanno deciso di usare ci sono gli accalappia-visitatore, in genere dei totem griffati, e non sai cosa nascondono, ti ci fiondi, vedi grana e prosecco, du’cose, e schizzi fuori. a fine giornata sei stravolto, hai provato sedute tutto il giorno, quando ti appoggi a degli scalini in un cortile istintivamente li osservi bene, e quando ci appoggi le chiappe le muovi un po’, come per provare la pietra. se l’hanno pensata bene.
infatti esco dal tristo sito e spaziando con la vista lungo la via che dovrò percorrere per tornare alla metrò, la vedo disseminata di totemini. di tornare in ufficio non se ne parla, tempo ne ho, “cià, non fare il coglione, butta l’occhio, và”.
bingo! una ex-fabbrichetta, svuotata e lasciata così, ospita gli allievi ed ex-allievi di una famosa scuola di design in olanda, in mostra ci sono i loro prototipi. promette bene :-)
sono solo, fermarmi a chiaccherare con le menti che stanno prima di queste forme è piacevole, e oggi è il primo giorno, sono freschissimi e non sanno ancora come saranno ridottti alla fine della settimana. appena vedono che guardi la loro creazione si propongono di illustrartela, ed è molto meglio che leggere il folderino, li puoi prendere un po’ per il culo e assicurarti che siano umani (moOlto importante nel design. almeno per me)(e visto che le nuove tecnologie permettono l’invenzione di strutture praticamente aliene, a volte).
tipo:
uno che per fare la panchina pubblica da esterni più bella e forse più scomoda del mondo si è fatto una forma del profilo classico di una sedia, assolutamente lineare e ortogonale (insomma schematica, quasi), alta un cazzo, 2 cm forse, – importante: di cartone, tipo – ci cola cemento colorato, aspetta che sia duro ma ancora umido, alza la forma, cola un nuovo strato di un altro colore e via così, per un paio di metri. peccato che a ogni pasaggio la forma si sminchia, e lui se ne fotte e è contento così. ci fa anche le librerie :-)
al centro dello spazio gli oggetti meno voluminosi transitano all’infinito su un quadrato di nastri trasportatori, piano piano.
in fondo c’è una bionda altissima, mi piace molto. ma questo lo vedo dopo, quando mi accorgo che non sa se avvicinarsi a me tanto entusiasmo manifesto per il suo tavolo da pranzo in legno
poco prima del bordo dei lati corti trovasi scanalatura atta a contenere biglia d’acciaio di cm 1 di diam., la quale cadendovi può rotolare o a sin. o a dx attraversando magari delle rotatorie e comunque sia giungere, lungo percorsi visibili, alle gambe, scendere a spirale le medesime e alla loro base prendere casualmente una delle tre strade possibili, verso i 2 piedi di quel lato del tavolo o verso un punto di raccolta centrale, secco sotto al centro del tavolo, quasi rasoterra. strada facendo la bionda ha seminato un fottìo di rotatorie. l’ho amata al primo istante.
inutile dirlo, pezzo unico, fatto a mano con l’aiuto di mobilieri olandesi, ma tutto cartavetrato da lei. gioia ;-)
e mi sembra impossibile, ma devo esultare anche per il pezzo succesivo: il calciobalilla perfetto per la plancia di comando della Morte Nera! un gioiello di sfacciato modernismo stile aipòd, guscio esterno nero lucidissimo, interno bianco illuminato, ometti tutti uguali tipo banana arrotondata cromata, solo una lineetta colorata attorno alla base, tutt’uno cone le barre, lisce, scorrevoli, pesanti, fredde. quando la pallina arancione entra in una porta, la porta pulsa di luce un pò più intensa e sotto al piano di gioco appare un pallino in più sul lati di chi ha segnato. (bisognerebbe tornarci l’ultimo giorno, sono sicuro che lasceranno giocare un po’, il primo giorno erano piuttosto col panno soffice a potata di mano)
poi la tipa delle barbabietole. in cima ad un alto trespolo un grosso frullatore per barbabietole, un tubo che va a toccare il centro di un gran foglio, e lì il succo inizia a scendere solo dove lai ha steso un disegno invisibile fatto di chissàcosa, e pianopianopiano la sua macchina completa il poster a occhio e croce ci mette una giornata precisa. volutamente. altrettanto volutamente la tipa si fa recapitare (al suo baracchino all’entrata di questo posto) vasche di gelato da un gelataio della zona che le produce su ricetta-progetto di lei. adesso so cos’è un food designer. per tutto il fuori salone offirà a tutti, in segno di amore e con l’auspicio che rimanga un buon ricordo, i suoi gelati: uno, quello che ho assagggiato io, alla barbabietola rossa, decorato con un biscotto e crema di caviale al pomodoro; l’alternativa era gelato all’olio di oliva buono decorato col solito buon biscotto e crema di caviale alla liquirizia. “ho voluto unire italia e olanda su diversi livelli, da quello gustativo a quello del design”, e i coni erano di carta.
io non mangio mai le rape a tavola, mi fanno impressione. però quel gelato era buono!
viva l’olanda :-)
e viva il giappone. quando continuo la passeggiata sento suoni da un interno, vado a vedere, ci sono 3 tipi che armeggiano su una postazione da concertino, e devono prendere confidenza con gli strumenti ultramoderni che i jap gli hanno chiesto di suonare. immagino tutti i giorni, fino all’ultimo. violino e chitarra sembrano scheletri vagamente alieni, labatteria sembra un giocattolo e la tromba di più, proprio di plastica e carenata, nero lucido. eppure il suonatore sta dicendo agli altri che risponde come una vera, deve solo capire come usare i bottoncini per selezionare qualcosa che non capisco. quasi quasi me ne vado, ma dallo spazio al chiuso arriva musica di pianoforte, e sembra proprio vero. ovviamente non c’era l’ombra di uno strumento acustico in giro, ma ho visto cose che voi umani ecc. ecc.
a parte questo gioiellino qui sopra, il giovane giappo che adesso sta a londra ha disegnato anche un paio di altre tastiere.. ma che belle! un po’ retrò, una via di mezzo fra i motoscafi riva, i classici della B&O e non so cos’altro, degli strumenti da desiderare. il grand piano, la coda si sviluppa, stilizzata, di traverso, e un’altro che chiuso sembra un altare. mi piacerebbe sapere già chi sarà il furbastro che per primo metterà uno di questi nel set del suo prossimo film :-)
in giro a cortili, a totemini, a sorprendermi con le lampadone fuse.
in giro a navigli a salutar amici e evitare con cura il sontuoso rinfresco offerto dai cretini che hanno portato un trasporto eccezionale lì solo per posare uno yacht di merda nel canale. molto geimsbònd, ma trashissimi.
qualche foto, per chi non ci può andare e per chi non pensa di andarci, come me l’altro giorno.
(di fatto, poi, ho fatto il bis ieri sera, in giro con gli amici del sol levante, altri totemini, stuzzichini, prosecchini, ma tutto sommato molto meno entusiasmante degli studenti – no, interessante anche dai coreani, studenti, zona brera)







April 21, 2008 at 9:50 am
A volte quello che riesce più difficile è partire, trovare uno spunto, una ragione per muoversi.
Poi, quando ci sei, è più facile trovare i motivi per restare, o divertirsi a scoprire
(io però, fossi in te, un saltino verso la fine della settimana per provare a giocare lo farei) ;)
April 21, 2008 at 12:53 pm
inerzia, che tutte le cose belle si porta via…
(pare che sabato ci fosse tanta gente che i miei giovani, andati con la mamma, a malapena riuscivano a vederlo, il tavolo con le biglie. figuriamoci il calcetto!)
April 21, 2008 at 3:48 pm
ogni tanto fa bene vincere le pigritudini…
:-)
April 21, 2008 at 7:57 pm
farolina,
e spesso fa bene lasciarsi sconfiggere?
(oh, ma m’ha detto la mia ex-femme che il “biscotto” della gelataia/designer era un accrocchio di mais, formaggio e curry! mica me na sono accorto, io..)
April 22, 2008 at 9:26 am
Ma tu fai sempre tutto quello che “le donne del giornale” ti dicono di fare???:)))
per il gelato sono antica… molto antica… quello lì non lo mangerei mai eppoi…
le foto…. le ho viste perché non posso andare/venire/veni/vidi/vici… Mario Merz ha fatto proprio scuola nel design moderno:)*****
ps: io ancora non ho capito bene di cosa ti occupi ma non importa, non capisco nememno di cosa mi occupo io.. :o)
April 22, 2008 at 10:27 am
emm’eff,
son proprio felice d’averti mostrato 4 foto :-)
oltre a merz sono in tanti a rispuntare in queste occasioni: c’era uno che per la sua combinazione poltrona+lampada ha rispolverato perfino doré, penzampo’ ;-))
p.s. dài, che per quanto confusi, non si può dire che io sia parco nel seminare indizi :-)
(e riguardo a te, in effetti, ancora me lo domando, soprattutto alla luce delle intense trasferte)
April 22, 2008 at 5:14 pm
Fotografo?:)))))))))