fortunati.
il tempo era bellissimo. a parte ieri, ma ieri siamo rientrati, perciò. (venerdì sera ero già in piazza, sorpreso a trovarmi fuori dal bar con una birra ghiacciata in mano e di non avere freddo, pur senza giacca)
i miei stanno bene, sempre. scaldano bene la casa, preparano le cose da mostrarci, ci nutrono e cercano di tirarci fuori racconti della vita in città, della scuola, del lavoro, di quel che non si chiede. ci provano discretamente, ché i ragazzi li ho fatti come me, silenziosi. (in parte, dopotutto, io lo so che scrivoquassù per permettere ai miei cari di sapere qualcosa di me – e dei 2 – riparando alla meno peggio i danni che il mio caratteraccio provoca. eh.)

ci hanno detto che i vicini vorrebbero liberarsi della cagnetta bianca! è quella che hanno preso, assieme ad un altro setter, quando è morto zak, il cane che ballava di gioia quando ti avvicinavi al suo recinto. i tipi sono dei cacciatori, e del benessere dei loro cani sembra che se ne sbattano altamente: zak pare esser morto perché “ha mangiato qualcosa”. mh. il gatto II è rimasto anchilosato quando, dopo essersi lussato l’anca, non hanno fatto niente. e adesso hanno ’sti 2 cani chiusi tutto il giorno, tutti i giorni, in un recinto di 4 metri per 3, lercio. anche questi, appena ti avvicini, iniziano a spintonarsi contro la rete, in cerca di un contatto; allora infiliamo le dita nelle maglie della rete, accarezzando tutto quel che si può. La cagnetta bianca è una setterina piccola (ma adulta) per la quale ho un debole dopo che me l’hanno descritta come un’artista della fuga: non si capisce come cazzo faccia, ma è riuscita a scavalcare per tre volte la recinzione, che veniva man mano prolungata in altezza! per l’ultima fuga spiderdog ha scavalcato una cosa come due metri e mezzo, dopo di che hanno deciso di metterle anche una catena.. che pena mi fa, e che tenerezza.

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sabato dopopranzo, io e felix siamo andati in cerca di aria aperta, ho sbagliato strada e ci siamo ritrovati in una vallle invece che in un’altra. meglio.
la strada bianca si inerpica fino a una malga, poi continua oltre un divieto, che rispettiamo. il paesaggio attorno piace molto a felix, che mi chiede se assomiglia all’america; capisco cosa intende: né lui né io siamo mai stati nel klondike, ma guardare la valle ricorda decine di film, con o senza cowboyz, e oso dirgli che sì, sembra proprio l’america.
cominciamo a salire, tagliando per i campi dove si capisce che sarà facile riguadagnare la strada. polmoni permettendo. l’altitudine è ridicola, quindi attribuisco alla mia passione per il tabacco la grancassa che mi batte nel torace. anche il giovane fatica, e mi consolo un po’; mi consolo del tutto quando, dopo un’oretta, ho assimilato un ritmo idoneo, e saltello in salita.
arriviamo dove gli abeti lasciano spazio ai mughi, e i mughi concedono a qualche larice il permesso di attraversarli. ci sono uccelletti – tanti – che si rincorrono a gruppetti in mezzo a questo spinoso mare verdescuro.

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in un canalone, poco sotto la fonte, sentiamo tanti “guen-guen-guen-guen” dall’alto, alziamo lo sguardo e vediamo, per la prima volta delle nostre due diverse vite, un’enorme stormo di pennuti migratori arrivare da dietro il monte, una formazione come nei documentari che si dirige proprio verso di noi, e verso sud.. giù da noi c’è un’esplosione di urla di eccitazione, e mentre armeggio freneticamente con la digitalina, dico a felix che la notte prima dei pennuti simili erano proprio sopra il paese (li hanno sentiti in tanti, e qualcuno dirà che si erano perse, le anatre; in effetti, sembravano veramente indecise quando ne ho individuata la formazione nera nel cielo quasi nero) solo che adesso lo so: non sono anatre, ma cosi con le gambe e il collo lunghi, tipo aironi, guen-guen.
formavano il profilo di una seconda montagna cangiante, che crebbe fino a passarci sopra rovesciandosi in un sorriso larghissimo che ha continuato a trattenere chissà quale segreto fino all’oceano luminoso del sole calante.
ero felice che entrambi avessimo visto Il Popolo Migratore, quel documentarione splendido da cui si esce gracchiando e agitando le braccia, nel desiderio di volo; sapere cosa ci fanno quegli uccelli sopra ai mughi è bello, perché la mente, per un po’, se ne va con loro sopra a valli, campagne e mari, e atterra al caldo. a casa.
al rifugio ci fermiamo, anche se vorrei seguire lo sguardo fino in fondo all’enorme conca che ci separa dalla cima più alta dell’altopiano (una volta, quando si poteva, ci sono arrivato sotto con la macchina – ero solo e avevo voglia di esplorare – e decido di salire in cima al cucuzzolo. la sera mi sarei gasato molto scoprendo dov’ero stato). ma rimane poco sole, e non abbiamo giacche, così facciamo dietrofront: per campi, più possibile.
l’altroieri porto i 2 pulcini nella valle sotto casa, a controllare la situazione amoniti. per strada bisogna fermarsi per forza di fianco alla staccionata del tipo che tiene in giardino 3 renne, 2 asinelli e 2 pony di cui uno, quello nero, stronzo (l’ha detto il vecchio, mica io!) il caporenna (si capisce perché è la più grande e ha due palle pelose bellissime, a detta di ada) è simpatico, e infila le corna oltre la staccionata – rischiando, ci sembra, di incastrarsi continuamente – pur di ricevere carezze. se ci spostiamo ci segue. immaginiamo come sarebbe arrivare all’area-cani del trotter con una renna al guinzaglio.. troppo originale, temo :-)

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poi, il pomeriggio, li ho portati in un posto, che m’han detto.

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gli amici del gruppo grotte, che conosco per averci strisciato insieme in cunicoli bui, umidi, freddi e fangosi, hanno rimesso a posto una vecchia fattoria, trasformandola in un museo dell’acqua: oltre a fornire materiale didattico sulle tradizioni locali legate all’acqua, stanno redigendo una specie di censimento delle fonti, raccogliendo anche dati quantitativi-qualitativi-bohlitativi. il posto è splendido, come il bosco attorno. amo stare in bosco quando quei due si divertono, e quel giorno erano in una buona vena. quante cazzate sparano, che mi fanno pentire di non avere un metodo per ricordarle tutte. cazzate e perle di saggezza, il massimo.

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in paese, nonostante la festività, non c’è molta gente, e fa molto freddo. facciamo una breve vasca, e poco prima che sia completamente buio saltiamo in macchina per correre a casa, sotto una lunona spavalda che a tratti sembra una pallina da golf che rimbalza sui prati.

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ieri ci sarebbe stata la fiera in paese, ma pioveva e faceva freddo. siamo partiti con calma, arrivando giusti per una pizza mentre la casa si riscaldava e pèa ci raccontava com’era andato il suo finesettimana.

3 Responses to “mentre i faggi, contrariamente ai semafori, passano dal rosso al giallo”

  1. petarda Says:

    son sempre molto belle le tue cronache familiarmontane. mi ha fatto ridere l’incontro di ada col caporenna, e davvero lo stormo migratorio sembra il profilo di una montagna: l’avevo notato prima di leggere il post e continuavo ad avvicinarmi allo schermo per cercare di capire che cosa fosse (tipo: sì ma il dentro della montagna dov’è?). e la cagnolina? in che senso se ne vogliono disfare? darla via, spero…

  2. varasca Says:

    Miss Pettie,
    quella per i testicoli pelosi è una vecchia passione di mia figlia, fin dal primo gatto che si aggirava nel giardino dei nonni :-) qualche settimana fa si è presa dei guanti di lana, eleganti, grigi, sobri.. unica concessione, una coppia – ognuno – di palle pelose attaccate! quando glielo abbiamo fatto notare ha aperto un sorriso da parte a parte..
    la cagnolina la regalano, come ben speri! interessa?

  3. petarda Says:

    e come faccio, sto in città… spero che riescano a darla via, meglio che in quel posto in cui la tengono legata E in gabbia starà di sicuro!

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