pomeriggio a mostre

October 23, 2009

ieri mi sono dedicato alla pittura. al suo consumo, sarebbe.
Miss Pettie puntuale arriva al randevù, dove la aspetto osservando gli operai che montano un’enorme palco di fronte al duomo. dall’altra parte, verso palazzo reale, non ci sono code; è il bello di bigiare in mezzo alla settimana, evitando così la ressa dei visitatori del weekend.

Suzuki_Harunobu_Shunga

c’è il tempo per vederne due, e la prima è fuori programma: stampe erotiche giapponesi. tanto valeva che la invitassi a casa mia con la scusa della collezione di farfalle :-)
nella prima sala mi controllo, “interessante, sì, il modo di utilizzare lunghi rotoli di carta.. la finezza del tratto.. sai che il pigmento bianco fatica a stare attaccato al supporto?..” mentre scorrono di fronte ai nostri occhi membri mostruosi, corpi dissociati in nodi di membra e membri (mostruosi), bernardone a mandorla che esplodono dalle pieghe di raffinatissimi kimono in una profusione di salviettine nippo-igieniche.
allora cominciamo a commentare, improvvisando sottotitoli e dialoghi che lascio alla tua immaginazione :-)
però belli. alcuni molto belli. inevitabile vedere, nei carnet tascabili, i progenitori dei manga, ed invidiarne la padronanza della linea.

pausa frulllato di frutta esotica nella poco esotica viuzza laterale, e torniamo alle casse: hopper, e la sua luce.

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bella anche questa, ci sono abbastanza quadri e soprattutto un sacco di schizzi preparatori. quell’uomo era una macchina fotografica: qualcosa ne catturava lo sguardo (qualcosa con tanta luce addosso) e lui ne buttava giù qualche schizzo, annotando ogni colore a margine. poi ne usciva un quadro che, oggi, fa pensare ad un’istantanea, uno scatto rapido che impietoso taglia le cose per inquadrarne altre, senza mezzi termini. fantastico.

cena etiope, buona.

riaccompagno Miss P. alla sua carrozza, mi lascio prendere da qualche linea di fuga e non, e rientro a casa a piedi, per solidarietà con la dama che giungerà a notte fonda a torino.

. . .

stamattina, appena passato il ponte della ferrovia, scorgo a prua una tipa particolare: è una signora che copre il tratto iniziale di viale palmanova appiccicando ai pali della luce (“e ai cespugli!”, mi ha detto felix) fogli pieni di frasi deliranti. gira come una clocharde, l’armamentario di sporte di plastica, e urla sempre. si mette al semaforo e sbraita violentemente alle macchine, ai pedoni, ai tombini, a niente.
mi preparo alla raffica di grida.
lei mi vede arrivare senza mani e si alza dal bordo dell’aiuola dov’era seduta, lungo la ciclabile.
lo vedo e poso immediatamente le mani sul manubrio, sissammai.
lei lo vede e si mette in centro alla pista, braccia allargate come i giocatori di basket. sorride.
io lo vedo e, rallentando, sorrido.
lei lo vede e si scansa.
io vedo uno che fa jogging che arriva da dietro la signora e lo scanso.
poi non vedo più niente, ché la scena è ora alle mie spalle, ma la sento esplodere “PERCHÉ CORRI?!!!”  rivolta al podista, e di nuovo “PERCHÉ CORRI???!!!”

ho riso fin quasi al lavoro :-)

risposta?

October 22, 2009

Cancer (June 21-July 22)
In the film Postcards from the Edge, the character played by Meryl Streep made a monumental declaration: “Instant gratification takes too long.” I know exactly what she meant. Sometimes I wish I could have what I want before I have to endure even a moment of frustrated longing. I bring this up, my fellow Cancerian, because in the coming week we may get our yearnings satisfied before we fully express them. Of course, there could be a downside to this situation: Since the magic will be materializing so quickly, you’d better be very sure you really want what you even start to wish for.

ohibò.

cammina, cammina

October 5, 2009

finita la settimana coi ragazzi. era la prima da quando è ricominciata la scuola, e finalmente mi sono reinserito anche in quel ritmo.

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il ragazzo si trova abbastanza bene nel nuovo indirizzo, e pare che la classe sia piacevole. la ragazza ha ritrovato la solita classe e i soliti insegnanti, sui quali non risparmia commenti crudeli che ci fanno molto ridere.
io ho fatto il bravo e ho aspettato venerdì sera per uscire in milonga, dove ho comunque fatto più tardi del previsto. a parte preparare la colazione al giovane addormentato, volevo andare alla presentazione dell’iniziativa sui giardini sociali al parco.

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(le locandine che faccio precedono di talmente poco gli eventi stessi che mi sorprendo a vederle affisse in giro… una settimana prima uguale, per la mostra munariana dei cento libri di astronomia appesi in teatrino.)

hanno aderito una 50ina di persone, con una certa soddisfazione degli organizzatori; io ero tentato, perché non mi dispiacerebbe saper trasformare dei semi in cibo (cosa che potrebbe sempre servire, un giorno). ma mi conosco, e non credo che tutti i sabato potrei avere voglia di zappare (per quanto mi paccia). ero lì con ada, che non ne aveva alcuna voglia ma che aveva (fortunatamente) rinunciato all’idea di tornare al mercatino delle pulci. per la pasta e fagioli, poi, ci ha raggiunti anche felix.

“e oggi pomeriggio, cosa facciamo?”
questa domanda, ultimamente, mi coglie sempre un po’ impreparato; ultimamente si arrangiavano, nel senso che avevano ognuno i propri puntelli con gli amici, e io mi dedicavo alle mie passioni: fare lavatrici, fare spesa, fare pulizie. Da un pezzo non riesco a portarmeli a una mostra, e rimpiango i tempi in cui – addirittura – ci si avventurava in un’altra città.
si decide per un giro, che significa “facciamo fare alla città. vediamo cosa ci offre”. sulla modalità del giro, la spunta ada, che detesta quella faticosissima bicicletta: andiamo a piedi, con calma.
in corso buenos aires considero – a voce alta – i benefici del camminare, la completezza dei movimenti, la loro giustezza in relazione alla forza del cuore, al sistema di pompaggio e di circolo del sangue ecc. quando la ragazza mi informa che “ecco. è inutile continuare a rompermi le scatole con la storia che devo fare sport; io mi faccio c.so buenos aires tutti i giorni, mi mantengo in forma e vedo le vetrine che mi piacciono!”
maledetta la mia linguaccia.
arrivati in fondo, attraversiamo i giardini di p.ta venezia.
arrivati in fondo, andiamo al padiglione d’arte contemporanea, che è chiuso.
ma villa reale è aperta, ed è gratis. li trascino dentro, con la promessa di una visita “light”. una volta dentro, vanno da soli :-)
attraversiamo i saloni immaginando di viverci. riarredando. questo gioco funziona sempre.
ammiriamo il lavoro dei pazzi che, a suon di martellate e abrasivi, trovavano pelle morbida e stoffe inamidate nei blocchi di marmo bianco.
io ritrovo pelizza da volpedo e segantini, giovanili passioni.
un paio di tele serie, tutte santi e devoti, riportano a galla l’intramontabile gioco di cambiare i dialoghi ai personaggi: e allora alcune sante fatte di anfetamine rifiutano di rivelare l’identità dello spacciatore, in un interno ci si scandalizza e si litiga per una bolletta esorbitante, fino al tizio scolpito in facciata, che non sa proprio dove aveva parcheggiato.
sarà dissacrante, ma funziona: i giovani studiano attentamente le espressioni, le pose, e si rendono conto dell’acuratezza dell’opera. se, in mezzo alle ghignate, gli faccio notare un dettaglio, una tecnica o il contesto, ascoltano e, spero, elaborano.

al ritorno il ragazzo preferisce prendere il metrò ed aspettarci a casa; io mi rifaccio tutto il corso con la mia non-più-tanto-piccola window-shopper (ogni tanto, camminandole accanto, controllo lo sguardo degli uomini che incrociamo; da come squadrano ada capisco tutto quello che l’abitudine ed il ruolo generalmente mi precludono, e cioè che è quasi una donna…

arrivo a casa abbastanza cotto, e son quasi felice che felix sia invitato ad una festa; per non lasciare ada sola soletta non avrò nemmeno la tentazione di andare a ballare.
guardo con lei un film per ragazzine demenziale, e decido di non aspettare il rientro di felix: non voglio che creda che lo abbia aspettato in ansia o cosa, e vado a letto prima del solito.
mi sto addormentando quando il telefonetto bippa un messagino: mi alzo pensando che possa essere felix, leggo, non è lui, rispondo che no, stasera non ballo, e torno a letto.
mi sto addormentando quando il telefonetto suona: è felix. rispondo ma non è la sua voce:
“è il papà di felix?”
“sì..”
“può venire a prendere felix?”
“…perché?..”
“sta male.. è in bagno che vomita..”

oh cazzo.

“avrà bevuto.”
“… n-non saprei.. comunque sta male. lo può venire a prendere?”
(scocciato) “no, non posso! non ho la macchina!”
“allora chiamiamo sua madre?”

porca puttana.

“no, vengo io” e mi faccio spiegare dov’è la casa. ci mancherebbe questa: che chiamino sabine per dirle di recuperare il figlio sbronzo quando tocca a me..
mi vesto rapidissimo e pedalo nella notte che mi sveglia pensando al fatto che, se fossi stato in milonga, non avrei mai sentito suonare il telefono…
arrivo, chiamo il cellulare di felix – come convenuto – e una voce femminile mi dice che “adesso scende”.
dopo un quarto d’ora (nel frattime è arrivato un altro papà) telefono di nuovo. risponde felix:
“allora? sono qui che aspetto!”
“…alowa… dewo… scendewe?…”

oh minchia.

“sì che devi scendere! andiamo a casa!..”
“…awwiwo…”
altri 5 minuti buoni. intanto anche l’altro papà sta telefonando.
poi arriva. anzi, fluttua. non trova il pulsante per aprire il cancelletto, mi fa ricitofonare su e gli aprono.
è ubriaco fradicio!
verifico che abbia tutto, telefono, portafoglio e chiavi di casa, e decido che una bella camminata possa fargli del bene (né mi va l’alternativa di mollare la bici e rientrare in taxi: doppio rischio di farsi fregare la bici e di gestire una vomitata in macchina. no.)
per un po’ sono serio, gli faccio una ramanzina e tutto, ma mi rendo conto che non capisce una sega. allora mi godo un po’ lo spettacolo di questo giovanotto – più alto di me – che tenta di procedere su due gambe difficili, molto difficili da controllare :-)
mi vergogno un po’, ma penso anche che doveva succedere, prima o poi; avevo più o meno la sua età quando è successo a me.. solo che io tornavo a casa col motorino!
strada facendo mi faccio waccontawe com’è andata, e spunta il solito colpevole: vodka. chissà come mai le prime ciucche sono sempre a base di vodka? per me erano quelle schifezze al limone o alla menta, dolcissime mentre le ingurgiti e orrende quando le rigurgiti. lui ha pure aperto con un paio di birre, per poi addormentarsi su un divano prima di precipitarsi in bagno, dove ha chiesto a qualcuno di telefonawe a papà. tenero.
a metà strada (ormai fa veramente fatica a procedere, sopraffatto dalla stanchezza), gli ricordo i test della polizia di una volta…
“li conosco! non sewwono a niente!”
gli chiedo di camminare su una linea di mattoni nel marciapiede: “ewabbè” dice, partendo per la tangente.
gli chiedo di fare quelll’altro, in piedi su una gamba sola, naso-pollice-mignolo-pollice-mignolo-ginocchio sollevato: perde l’equilibrio, “no, non vale, lo wifaccio”, perde di nuovo l’equilibrio e sbatte la testa contro un portone, “ohio.”, e continuiamo.
quando incrociamo gente sul marciapiede gli dico di tenersi a me. ma lo vedono tutti lo stesso che non si regge in piedi.
mentre percorriamo l’ultimo tratto di strada, nella nostra via, gli viene un rigurgito (per tutto il percorso ero stato a dirottarlo sulle aiuole, sui cestini della spazzatura, sopra le griglie dei montacarichi, benché non avesse più nulla in corpo da espellere) e si appoggia a una macchina, rivolto verso la strada. sul marciapiede opposto passa un tipo robusto, si ferma, lo vede, e inizia a urlargli “cuosa fai? cuome ti sei riduotto, ragazo?” e attraversa la strada.
è un russo, o qualcosa di simile. un armadio d’uomo, sui 35 al massimo, capelli da militare, col singhiozzo. lo lascio fare.
cuomincia a sgridare il ragazo, con dolcezza, dicendogli che così non va bene, che non c’è motivo di ridursi così e via dicendo; credo che ci prenda per una coppia mal assortita di esuli, perché quando gli dico che il ragazo è mio figlio rimane veramente sorpreso.
“ma questo è papà d’uoro, ragazo! tu sei fuortunato che tuo papà viene  cercarti, ti puorta a casa, ti vuole bene.. mio papà? mio papà picchia! lui ti picchia se così!” e mentre gli dice tutto ciò, lo tiene stretto tra le mani e lo scuote, un po’ come fa obelix con i romani quando vuole che durino di più. e giù pacche sulla schiena, contropacca sul petto, il povero felix è in balìa di uobelix, incapace di imporre qualsiasi cosa ai suoi muscoli, riesce solo a dire “..ohio pewò, mi fa male..”
ringrazio il miliziano brillo e, un po’ a fatica, gli strappo felix dall’abbraccio per portarlo finalmente in casa. gli ricordo che è facile fare incontri del genere di notte. che non è bello esser completamente impotenti.
worrebbe che lo aiutassi a salire il soppalco, “te lo scordi. se devi correre in bagno t’ammazzi sulle scalette. no, dormi sul divano.”
si addormenta, vestito, in pochi secondi.

il mattino dopo io e ada andiamo al parco, dove c’è un concerto di chitarra classica. lui dorme.

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questa volta heidi ha invitato una giovane chitarrista che esegue alcuni brani che mi lasciano incantato: senza amplificazione, con quella che mi sembra una chitarretta graffiata, interpreta a memoria diversi pezzi che includono la percussione della cassa, delle corde, delle grattugiatine, delle scivolate… ada si annoia. dice che non le piace il suono della chitarra e che la ragazza non era abbastanza bella.. mah.

a casa il reduce è sveglio, è salito fino al suo letto, e non intende pranzare.
né intende uscire nel pomeriggio, ma dormire ancora un po’.
“e noi, cosa facciamo?”
“andiamo in c.so como!”
in c.so como c’è un famoso negozio mOlto alla moda; le cose che hanno sono talmente eccentriche che mi diverto anch’io, senza contare la galleria fotografica e la libreria. ada ne è entusuasta: le piace tutto, dai vestiti agli accessori, dall’ambiente ai decori. “oh, è bellissimo!” è la frase che ripete più spesso, assieme a “che finezza” e “posso toccare?” visti i prezzi, è solo un po’ delusa da un vestitino tempestato di perle, perché le perle sono finte.
poi camminiamo fino al duomo e poi s. babila, dove saliamo sul metrò per tornare a casa. Decisamente, il window-shopping le va a genio, e la mette talmente di buon umore che riesco a vedere una mostra fotografica lungo il tragitto: bell’allestimento (magnifici locali, quelli del palazzo della ragione) per immagini perturbanti. il tizio ha preso un mucchio di modelle tendenti all’anoressico, le ha truccate da cadavere e le ha fotografate.. ma noi eravamo entrambi molto più interessati ai raggi laser che attraversavano vibranti la lunga sala oscura :-)

cena (anche lui, cui è tornato l’appetito)
film.
nanna.

foto qui.

achtung baby

September 30, 2009

Crab crabs ahead!

incredibilmente, ci sono posti dove le strade vengono invase dai granchi; non ho capito se il pericolo sia costituito dalle gomme forate o dalle indigestioni.
comunque sia, mi ci farei una spillina io, col simboletto “attenzione, segno zodiacale: cancro” :-)

il nove del nove del nove

September 9, 2009

(sabato scorso)

il giorno prima della chiusura della mostra mi sono deciso e sono andato a vederla. la galleria è a due passi da casa sua, allora le mando un messaggino, “ti passo a salutare” e parto. nessuna risposta. vedo la mostra, ammiro delle foto molto belle e passo da lei a citofonare. l’ultima volta che l’ho vista sembrava aver deciso di dimenticare come l’avevo trattata 5 anni prima, finalmente. forse si può riannodare quella che era stata una bella amicizia, prima che si trasformasse in folle passione..
hanno cambiato la citofoniera, al posto di quella che conoscevo ora ce n’è una moderna, col numerino da digitare. e la telecamerina.
risponde un uomo.
che coglione che sono!
dico chi sono, se lei c’è, passavo per salutare…
“un momento.”
mentre aspetto un momento infinito, tengo la testa di lato, come a contemplare il corso. soprattutto a porgere il profilo della mia testa di cazzo, ché guardare la telecamerina negli occhi non posso.
sono quasi le cinque del pomeriggio, e lei mi dice che no, il messaggio non è arrivato, fa niente, se voglio salire, se non bado al fatto che si è appena svegliata..
mentre salgo (cos’altro fare, a quel punto?) i 4 piani, penso che lui è uno che, come minimo, ha passato lì la notte. mi preparo a sorridere al fortunato, “di turno” penso, cercando una superflua consolazione nei meandri delle mie ultime, strane vicende.
arrivo al piano, entro nel boschetto delle sue piante che invade la stretta ringhiera. la finestra è spalancata, lei è di fronte al frigo, dalla stanza di là arrivano le note di un pianoforte. non un brano al pianoforte, un pianoforte in carne e ossa!
a volte la mente mi sorprende, veramente; quanti secondi ci avrò messo a salutarla, procedere fino alla porta (2 metri, unoemmezzo?) e aspettare che aprisse, e quanti neuroni si saranno accesi – nel frattempo – per balzare dal letto e mettersi a schizzare dappertutto cercando di non scontrarsi con quelli che controllano, per esempio, i muscoli del volto o del cuore? un cazzo ci avrò messo, ma prima ancora che aprisse ero già lo spettatore cinico della mia stessa comica, e mi sentivo commentare mentalmente a me stesso “una verità pesante come un pianoforte, mio caro, può bastare a soddisfare la curiosità che ancora provi per la tua ex?..”
minchia se basta.

non sono rimasto molto, né era mia intenzione.
sta bene. l’ho vista bene, benché insonnolita. abbiamo chiaccherato un po’ mentre di lui ho apprezzato la delicatezza di continuare a suonare di là.
a volte la mente mi sorprende, l’ho già detto? dopo le presentazioni i neuroni in sommossa si sono seduti con me, a gambe incrociate, sul divano. ero felice per lei, e un po’ invidioso :-) era sempre la stessa, con la differenza che aveva accolto un pianoforte intero in casa, mentre io ne uscivo ogni mattino molto presto per inscenare la parte del papà che si è appena svegliato e ha preparato la colazione.

quella dei tempi sbagliati, un po’ m’ha sempre spiaccicato i pepperoni, come persecuzione propensione. come tanti, penso.

che barbe

July 29, 2009

Barbe

sintesi delle principali configurazioni pilifere transitate sulla superficie superiore frontale del grafico in esame.
(dati riferiti agli anni 1983-2009)

da settimane la ruota dietro mi faceva ballare. anzi, sculettare.
avevo un bel controllarne i raggi, il problema era il copertone crepato che lasciava la camera d’aria libera di fare i cappricci invece di stare in asse. finché, ieri, si è forata; uno spiffero, allora veloce verso casa stando in piedi sui pedali, tutto il peso sulla ruota anteriore tanto che c’era ancora dell’aria dietro. lo stratagemma funziona fino a metà strada, guardacaso di fronte al negozione di roba sportiva; chissà che non abbiano proprio  quel che mi serve.. salgo.
appena dentro, alle casse, c’è silvietta con mimmo, “uéé, ué, macome macosa, sì, mangiamo insieme. vi raggiungo dopo.”

niente copertoni della mia misura, passo a casa a mollare la bici e vado da mimmo a piedi.
serata di film alla tele che va a buca, a favore di un dopo-pizza in mezzo a pugliesi che discutono sulle distanze chilometriche fra i diversi centri del tacco d’italia, la sola cosa che capisco è che è lungo sui 450 chilometri: “quando arrivo in puglia dopo aver guidato da milano, mi deprimo: so che fino a lecce manca ancora un’eternità…”
io e silvietta salutiamo quando accendono la tele sul calcio. e iniziano a discuterne da pugliesi :-)

mentre accompagno silvia a casa, passiamo accanto a due giovani maghrebini che chiaccherano abbracciati ad un palo della luce, come capita di veder fare a chi nei geni ha altipiani desertici, e un albero solitario ad offrire ombra, e appoggio.
dico:
“sono adepti di una setta, stanno terminando gli esercizi spirituali che consistono nell’abbracciare un palo per 3 giorni. nel frattempo sono tenuti a discutere questa cosa, a capire il palo; lo scopo è il raggiungimento di unione mistica col palo… dopo di che sono pronti a fare il palo.”
silvietta scoppia a ridere, come lo può fare solo una persona che vive in questa parte di via padoven, e che ogni giorno incrocia diversi pali, appoggiati agli angoli delle strade laterali a tutelare i loro commerci sotto il naso delle camionette dell’esercito.
svoltiamo nella sua via e incrociamo due travestiti. io devo trattenermi, ma già ghigno; ci oltrepassano e dico:
“e la setta delle travi, la conosci? anche quelle sono interessanti…”
mentre la ragazza tenta di riprendere fiato le descrivo il romanzo Storia d’Amore fra un Palo e una Trave, nonché il capitolo Pali e Travi di via Padova, dall’introvabile Guida Alternativa di Milano.

questa mattina ho trovato copertone e camera d’aria, e non sculetto più.

e, a proposito:

May 11, 2009

sto ascoltando il bel disco di ’sta bionda, che col jazz qualcosa ha a che fare.
non lo vorrei fare, ma mi arrendo e metto qui un suo video, perché, oltre ad essere raffinato, mi fa molto ridere.

(ragazze, adesso, non sognate troppo, sù)

geniali deficienti

May 7, 2009

(e quello con gli occhiali, mi fa morire..)

italian exteriorz

April 30, 2009

mi sono distratto, ma per tutta la mattina, della vecchia scritta luminosa che sovrastava l’edificio originale (oramai polvere), i tizi avevano posto per prime le 2 Z, così, alla cazzo, mi vien da dire.. e non ho fatto una foto, mannaggia!

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(contavo di lanciare un concorzo tipo ” _ _ Z Z _ _ _: riempire gli zpazi vuoti” cozì, per offrire un pazzatempo upHere ;-)