l’importante è la programmazione
August 28, 2009

ieri sera ho affrontato il Piano B, tracciando uno schemino.
♢♢♢ Liberiana ♢♢♢
March 27, 2009
quando il boeing settequalcosa della Royal Air Maroc ha toccato la pista di Malpensa, nessuno applaudiva. all’andata, si vede che eravamo tutti più contenti.
ancora in volo mi sono infilato il pile leggero; da 21 giorni indossavo solo una tee-shirt, anche la sera. ancora in volo ho sostituito la sim del telefonino; per un po’, la Lonestar non sarà più il mio intermittente gestore (alla partenza da Monrovia, un italiano che fa sù e giù ogni mese “lavoro con le telecom” non escludeva che avessi ragione, a proposito di un black-out totale della LS, durato una mezzagiornata: avendo visto da vicino i ripetitori, ipotizzavo che il generatore che lo alimenta fosse rimasto senza benza. o che l’operatore avesse bevuto troppo cane juice).
ma avere lo stesso prefisso della maggior parte dei miei nuovi vecchi amici mi procurava molto piacere. mi aiutava a farmi sentire integrato, assieme alla lingua, l’inglese liberiano, che ho scoperto di padroneggiare egregiamente.
La tappa di ritorno a casablanca doveva avermi predisposto al rientro, perché ho attraversato tutte le formalità doganali come fosse la coda per lo skilift; 24 ore prima, a metà circa della superstrada che collega robertsport e monrovia, riuscivo a farmi ascoltare da una cinquantina di children strtafatti e incazzati col governo per il ritardo di oltre tre mesi nel pagamento di uno stipendio inventato da loro stessi; i cento metri delimitati dai due maestosi tronchi posti di traverso, su quella stupenda, polverosissima strada rossa erano invasi di pietre appuntite che sembravano esser state scelte con esperienza: quelle nere nere, con l’immancabile fard fine sugli zigomi. avrebbero bucato anche un cingolato, se avesse tentato di passare. in attesa di qualche intervento da parte di qualcuno di cazzuto – in un paese in cui unmil (assieme a quello in iraq, è il più grosso contingente onu che ci sia in giro, in questo momento) e non solo sembrano essere OVUNQUE, non biasimo i due poliziotti che, parcheggiato il SUV a debita distanza dal posto di blocco di questi due, tremila ex-bambini soldato, occupanti abusivi di questa e diverse altre piantagioni di caucciù, mi hanno aiutato a portare lentamente i bagagli fino al primo tronco, lato rob. loro, oltre, non potevano andare. se ne erano tornati in cima alla salita a guardare la gente che scendeva da una macchina, attraversava il blocco, e saliva su un’altra macchina (car vale anche per i taxi). a non farmi fare cazzate, dopo la mia convincente aringa, ci ha pensato mr. kamara, un autista tuttofare di notevole corporatura, mandato dal cielo. l’istintiva simpatia che avevo provato per questo sorridente amico il giorno del mio arrivo era ben fondata. mi ha aiutato col borsone e guardando fisso avanti continuava a dirmi di non preoccuparmi per jenneh, chiusa nel suo SUV nero fiammante con moses, il suo autista-tuttofare e la cuoca bendu, circondati da urla e legni roteanti. quando finalmente la ragazza mi risponderà che sta tornando indietro indenne sono molto, molto felice. lanciati (in 6 su una normale berlina, più i miei bagagli e i 5 o 6 bidoni di plastica della tipa arrivata per ultima) ormai sul tratto asfaltato, rimpiangevo la strada tutta sorprese di cape mount: canaloni scavati dalle piogge, ponti di tronchi e banchi di sabbia finissima – lungo il piso, che si lascia sbirciare oltre le piccole lande puntellate di alberelli dalle foglie piccole (e nessuno che me lo sapesse dire, che frutti facevano) e ha quelle treccine di mangrovie sul bordo…
a malpensa, fuori, individuo facilmente lo shuttle per la centrale, costa l’equivalente in euro di 621 liberty (tutti la chiamano così, la carta del dollaro liberiano che passa in mazzi e rotoli da 100, 50, 20, 10 o 5 lbd – 6 eurocentesimi scarsi – alla volta, di mano in mano, finché le banconote illeggibili si sbriciolano, che per riattaccarle il vecchio famuleh si fa portare un fiore dal giardino e con la linfa mi dà una lezione di cartotecnica memorabile). a monrovia avevo dovuto organizzarmi con john in modo che ad aspettarmi ci fosse Sando con la macchina; per 37 euro mi avrebbe portato in città in maniera sicura, percorrendo una cinquantina di miglia nel buio della notte. ricordo che oltre il fascio dei fari cercavo qualcosa che mi dicesse che ero davvero in africa, oltre al nuovo timbro sul passaporto; lo so quando, giù per una lunga curva in discesa, la luce investe degli alberi, a margine della strada. sono grandi, grandi…
sul pullman telefono a pop; sta bene, l’operazione è servita. mi chiede se sono deluso (del viaggio, non della sua sopravvivenza! a quella pensavo continuamente, incentivato dalla scarpinata in cima al monte a salutare father robertson, il suo vecchio amico americano sepolto lì dopo una vita spesa lì; a chi, alla sera da OJ’s, raccontavo dell’esperienza, non riuscii a risparmiare la battuta “non so se lo dirò a mio padre… capace che dica ‘me too, me too!”). rido, e lo ringrazio ancora d’avermi aspettato, assieme a tanti amici ritrovati, nella delivery room del st. timothy. telefono a R., le ho portato la terra rossa che ha lasciato anche lei una vita fa, perdendo tutto – neanche più una fotografia – nella fuga dagli uomini di Doe. gli USA avrebbero poi cancellato anche lui dalla lista dei collaboratori, dopo averlo usato contro tolbert. telefono a felix, perché non so ancora che il suo telefono nuovo ha perso la ragione. il mio, quando dopo una settimana e mezza ha smesso di far sentire la mia voce a chi mi chiamava, ha iniziato a prenderle: una botta contro qualcosa di duro e mi tornava la voce. alla liberiana. telefono in ufficio, la mia assenza non ha prodotto danni, ma nemmeno benefici: S. è ancora giù. vorrei portarla a rob. è umido, ma è affacciata sull’atlantico, e non fa mai caldo come a milano. ed è bellissima. telefono a Miss F., dell’ambasciata. la ringrazio per avermi dato il numero di suo cugino Darlington, che mi avrebbe scortato in giro per monrovia il giorno dopo il mio arrivo, e trovato un charter per rob insistendo per accompagnarmi ed assicurarsi che avessi un posto dove dormire (una botta da 100 usd, non mi succederà più: prossima volta car comune, che sarà anche più divertente, nonché sicuro, vista la fine che fanno i fuoristrada di lusso!).
a furia di telefonate mi avvicino a milano, e sono i grossi edifici moderni a dirmi che non sono più là; tutto quel vetro, la linearità, le dimensioni… loro le vedono solo sui canali satellitari, fra un film nigeriano e una partita di calcio. non commentano, e il loro silenzio mi impressiona. seduto con loro, dietro i finestrini della corriera, la mia città mi sembra finta, come in una pubblicità.
poco prima dell’arrivo in centrale si passa accanto al cantiere della città della moda: una selva di grandi gru, e silos di cemento che ricordano uno shuttle prima del decollo, ruspe e scavi enormi.. peter è l’unico figlio rimasto a pat, l’amica di mom. la loro casa sotto l’ospedale è andata distrutta, come tante altre in tutta la città. sono tornati all’inizio della dry season per ricostruirla. prima con pali di legno e lamiera, poi in terra; ogni giorno peter scava in una buca, setaccia con le mani, impasta inginocchiato, schiaccia nella forma, estrae il mattone di fango e lo mette ad essicare con gli altri. quando ne ha a sufficienza, toglie qualche lamiera e sale con un muro che poggia agli stessi pali di legno, mattone e fango molle, mattone e fango molle, fino al soffitto.
l’acqua la va a prendere allo stesso ruscello cui attinge, a carriolate di bidoncini, anche l’ospedale, mentre pat cucina qualcosa o rovista nelle borse in camera. alla fine metterà un intonaco di vero cemento su tutto, e sembrerà una vera casa. come lui, sono molti quelli che sono giunti a questa fase della ricostruzione, ma molti di più sono ancora nelle baracche di pali, lamiere e frasche di palma. i disperati stanno accampati nelle case solo parzialmente distrutte, finché i proprietari non si faranno vivi. se mai.
taxi o metrò?.. sono le 14,00, c’è il sole e ho camminato di buona lena per 3 settimane; cammino fino a casa, con lo zaino in schiena e il borsone da 21,35 kg sul carrellino. cerco i marciapiedi al sole, ché l’arietta è fresca ma non mi voglio rimettere il pile sottile. là cercavo il lato in ombra, ma era difficile col sole perpendicolare; solo i larghi manghi stracarichi offrivano una frescura garantita.
(e poi, non ho fretta di arrivare.. finché non arrivo sono ancora in viaggio)
lungo tutto il tragitto non vedo nessuno di familiare. ho trascorso una ventina di giorni camminando in mezzo a non più di tremila anime (in mezzo, perché ogni spostamento mira a coprire la minima distanza, e così si ignorano le strade e si attraversano luoghi abitati, abitati in esterno. all’ombra del mango), e tutti ti salutano “yakunè!” e a tutti rispondi “yakunè! iqea kama?” come sta il corpo? e sai che risponderanno tutti “kassebe kamama.” grazie a dio.
la maggior parte direbbe: “helo!” accompagnato dalla stretta di mano liberiana (che altri chiamano anche Ivorian handshake): si fa con tutti, ma fra maschi l’inizio dura più a lungo: (1) ci si dà la mano, normalmente (2) si cambia la presa, che diventa quella del braccio di ferro (3) si passa e ripassa da 1 a 2 il tempo che ci vuole (4) si molla l’ultima presa normale e si lascia che le dita si accarezzino nel ritirarsi, per poi riafferrarsi con le ultime falangi (5) la breve interruzione permette di accumulare tensione nei reciproci medi, provocando il grazioso schiocco all’interno del proprio palmo al momento del rilascio definitivo. (se sei stanco, o non avverti la confidenza sufficiente, al primo ‘helo’ puoi rispondere con un ‘yeee’ sottovoce, e tirare dritto).
i più piccini: “wa me! wa me! uomo bianco! uomo dianco! (ma una bimbetta a grassfield diceva, come fosse qui in via padova, “luca”, e mi sorprendeva sempre) tanti mi correvano incontro solo per accarezzarmi la mano o, incrociandosi per strada, aprivano la loro, sicuri che avrei risposto alla carezza offerta. alcuni, mentre stavo seduto a parlare con i grandi, mi toccavano i capelli, o mi accarezzavano i peli sull’avambraccio :-)))
e gli adolescenti: “wazzup, bro?”
una volta ho sentito, in un mormorio alle mie spalle, “white liberian”. ho continuato a camminare, ma ero un po’ scosso.
mi vedo passare in una vetrina grande. in effetti, sembro rientrare da un viaggio in africa. capelli ribelli, abiti da giungla metropolitana, splendida abbronzatura naturale e discreta, frutto delle poche uscite in spiaggia (e sempre dalle quattro in poi, mai prima; mi ero ripromesso di tornare intatto, e questo andava dai charter alla tintarella all’immenso oceano atlantico: non ho mai osato allontanarmi tanto da non toccare, almeno fra un’onda e l’altra; ma quelle, anche le grosse, sapevo superarle. il pericolo è la cazzo di corrente! minchia, ero quasi sempre ero da solo, dato che mi piacevano le spiagge oltre cassava beach e shipwreck.. pop chiamava il posto damn fool rock, ma il termine se ne è evidentemente andato con lui e i suoi amici peace-corps. “laggiù, se solo imparaste a nuotare, c’è quello che i bianchi come me chiamano ‘il paradiso’, cazzo! chilometri di spiagge tropicali, pulite e vuote!” e in genere partivo poi con la solita litanìa, “questo ambiente vale più di oro, diamanti e petrolio; distruggetelo e potete dire addio alle vostre ambizioni turistiche, perché io non ci vengo più.” bluffavo, ma hanno anche capito che sono preoccupato. dunque, ogni volta che entravo in acqua era una lotta duplice, contro l’acqua in arrivo E quella di risacca. dentro idem, davanti alle onde: o riuscivo a puntare i piedi o dovevo nuotare energicamente controcorrente per non finire in sierra leone. oltre il punto di rottura delle onde c’era minore corrente, e l’acqua era favolosa).
clitündèz c’è ancora. con la luna piena non c’è stato l’allarme-evacuazione, né le onde dell’atlantico riusciranno mai (nell’arco della mia vita, diciamo) a riempire il cortile di sabbia fine e pulita.. il cortile è più lercio di molti di quelli di rob, dove i ragazzini passano con le scopette di nervatura di foglia di cocco. quando il mucchio di robaccia è grandino, gli si dà fuoco. niente raccolta dei rifiuti. si butta tutto per terra, e mica tanto lontano. o si butta nel lago, un’enormità di bustine di plastica dentro le quali si vende acqua fredda, non purificata. succhi e butti per terra.
apro la porta di casa con le due chiavi. mi ero abituato al lucchettino su quella della mia stanza nella guest-house della croce rossa liberiana (cioè il lucchetto del borsone): un materasso per terra col lenzuolo di sotto, due finestre con tende e una presa elettrica utile per ricaricare qualche batteria solo se i volontari volevano vedere un film nigeriano nella sala operativa, o se chiedevo io di avviare il gruppo elettrogeno (cosa che evitavo il più possibile a causa del frastuono e delle emissioni poco lontano dalla mia finestra.)
qui la corrente è già attaccata, solo per pèa: il riscaldamento dell’acquario e il suo sole da 100 watt. a rob la luce viene fornita dalle 19,oo alle 23,00, grazie a un generatore grosso come il motore di una qualsiasi macchina e al fatto che Nika lo tiene sotto controllo. chiunque si può allacciare, se ha i soldi per pagare i cavi elettrici fino alla sua casa, e poi la bolletta, giornaliera e fissa; così ci sono anche tanti generatori, finché non verranno rimessi i pali della luce, spariti pure quelli (assieme ad ogni filo di rame di ogni casa) durante i saccheggi degli anni ‘90.
apro il rubinetto generale dell’acqua, la cassetta del water inizia a ririempirsi… ecco: già questa è fantascienza là. l’acqua la si va a prendere alla pompa o al ruscello, con secchi e taniche, su carriole o in equilibrio su teste plananti sopra colli forti e schiene dritte. sguardo basso, ché una sola alzata di sopracciglio può disturbare l’equilibrio.
apro il gas. loro fanno a pezzi la foresta attorno per produrre carbone su cui cucinare, e con cui stirare le divise scolastiche.
riaccendo la caldaia, ché 15 gradi non mi bastano. sono abituato a sudare un po’, a indossare una maglietta anche a notte fonda, a dormire scoperto. ma com’era strano, la prima settimana: ogni notte sudavo tanto da innondare il lenzuolo di sotto… forse i farmaci, forse la loro assenza, forse l’adattamento climatico, chissà. poi basta, di colpo.
faccio la cacca. senza candela, mi pulisco e lascio cadere la carta igienica nel water; là dovevo gettarla nella scatola di cartone lì di fianco, poi riempire un secchio d’aqua dal grosso bidone in corridoio in sostituzione dello sciaccquone. e a me andava pure di lusso; la gente che abita ai margini della città la fa nella natura, come chiunque si trovi lontano da casa. vedere un uomo che piscia in giro è normalissimo. anche nella capitale.
nel corso della cagata controllo le molte buste trovate nella cassetta delle lettere. a rob dovrebbero aprire l’ufficio postale, questione di poche settimane ancora. sono quasi tutte bollette e resoconti. fili di rame da pagare e soldi da gestire. con i soldi che ho – hanno ragione loro – potrei intraprendere qualsiasi attività, e guadagnare in fretta… “fosse facile, per me, pensare al business…” pazienti, non mi hanno mai mandato a cagare.
disfo un po’ i bagagli. ci sarà del bucato da fare, ma non dovrò chiedere e seku, il pescatore kru pigro e beone che non credeva ai 5 dollari che gli stavo dando; non sapeva quanto odio lavare i panni a mano. li annuso, ma non sento odor di africa, mi ci sono abituato. ma la notte dell’arrivo, appena messo piede nella mia stanza al corina hotel, rimasi scioccato nel riconoscere perfettamente l’odore che ancora hanno certi manufatti che i miei avevano riportato più di trent’anni prima..
per fortuna che avevo messo tutto in sacchetti di plastica separati, perché la bottiglia di acqua minerale – dimenticata da me nel borsone destinato alla stiva e ignorata dai doganieri di tre paesi – aveva perso quasi tutto il contenuto! nessun danno, né le sculture né gli abiti e le stoffe che la sovrintendente mi ha dato per pop e mom la sera prima della partenza. “hai un bagaglio molto pesante?” “affatto; come sai, ho distribuito tutto..” e mi ha rifilato 20 kg. di affetto tradizionale per i vecchi. più discreta la sindaca: un portachiavi, “la chiave per la liberia”, mi ha detto, “dalla a tuo papà, che torni!”.
ricarico le varie batterie anche se non sono ancora le sette di sera, e gli adattatori per le prese non servono più.
riattacco il portatile, si accende, in pochi minuti accedo a tutte le mie cose, posso comunicare con chi voglio.
il primo mattino, dopo colazione, ho chiesto al capo della sicurezza notturna del corina di dirmi dove potevo acquistare una sim liberiana, e lui mi ha portato dietro l’angolo, da un ragazzino sotto un ombrellone, seduto di fronte a una specie di gabbia per polli zeppa di mazzette di liberty e di scratch-cards: poi ne ho visti un casino di rivenditori di telefonia molto mobile. 5 minuti ed ero un cliente lonestar, il principale – ma non il più affidabile – operatore del paese. ma non ho mai chiamato l’italia. non la chiamo neanche quando ci sono. dopo una settimana, capito che nessuno era connesso, ho chiesto un favore ad un ucraino di stanza alla piccola base unmil di rob, e con la sua tastiera mezza in cirillico ho mandato la stessa mail a pochi nodi di contatto: sto benissimo, questo è il mio numero per qualsiasi cosa. è una cosa di famiglia :-)
mentre mando lavatrici, scarico le foto; sono un po’ più di 1800. poche rispetto alle sfilate, ma mentre facevo quelle, mica ero innamorato di tutte le modelle! ho iniziato a maneggiarle, e mi ci vorrà un bel po’ di tempo, perché – fosse per me – ne scarterei un centinaio o poco più ;-) son proprio contento della macchinetta nuova, e soprattutto del formato sedicinoni, che in africa ha il suo perché. i bimbi erano affascinati sal fatto che, mentre era accesa, lo schermo funzionasse come un televisorino. privacy? me lo chiedevano loro, anche i grandi, di fare la foto, e poi rivederla; dovevo avere una faccia strana mentre tentavo di impedire ai ditini unti unti di olio di palma di toccare l’obiettivo.
(ci sarò voluta una settimana, ma alla fine sono riuscito a isolarne una trecentina, qui. mi raccomando, non rubarle, ché se ci riesco le vendo per ripagarmi il prossimo viaggio!)
continuo a svuotare i bagagli. la noce di cocco è fermentata; adesso capisco perché mi dicevano di prenderla il giorno prima della partenza.. “potresti portargliene una. in fin dei conti, se adesso si può, da grassfield per dire, indicare ad un visitatore qual’è l’area conosciuta come doctor’s island, è grazie ai cocchi che tuo papà ha piantato quando abitavate lì”.
e poi c’erano le tortore: tortore libere e tortore in gabbia! ma negli anni ‘60 non c’erano tortore, tant’è che durante una vacanza in italia pop me ne regalò una coppia, da riportare a casa a tener compagnia a tora-tora, il pappagallo che non sapeva volare. in effetti, gli amici le venivano a vedere, quelle strane cose. quando siamo partiti definitivamente, nel ‘72, le abbiamo liberate… possibile che siano i bispronipoti delle uova delle mie tortorelle? roba da tribunale internazionale, shhhhhh…
nel barattolo dei souvenirs ci sono le cose più care. premesso che non esistono souvenirs, quando vedevo sotto ai miei piedi o di fronte al mio naso qualcosa di utile, lo raccoglievo, fino a riempire il barattolo di latta: semi, conchiglie e foglie che avevo dimenticato. e la dogana non ha fiatato, meglio. ho fra le mani un filo di lemon grass, quella che usano per fare il fever tea, contro i sintomi della malaria; lo spezzo, annuso, piango lì in piedi, a voce alta, in mezzo alla mia ridicola casetta imprigionata in fondo ad un cortile grigio in una città grigia… ci voleva la potenza dell’olfatto.
raduno i biglietti da visita e i foglietti volanti su cui mi hanno dato contatti vari: soprattutto numeri di cellulare. le sole email sono di Kathleen, david, ken, ralph, carl, jenneh e un pugno di liberiani senza connessione. bella gente, quei bianchi incontrati a casa di agnes, la sola ricostruita secondo american standards; una sera siamo anche andati a ballare: high-life, reggae, raggamuffin, rap liberiana e club beer a volontà; e io anche le mie bond street, con filtro. in liberia la gente fuma pochissimo; oltre all’aspetto economico (quante volte ho visto comprare sigarette sfuse, tre alla volta) c’è anche la questione del decoro: non sta bene fumare, e chi lo fa lo fa un po’ di nascosto. detto questo, è permesso fumare ovunque.
arriva felix, sorpreso di trovarmi in casa. inizio a raccontargli tutto, come un torrente, ma mi fermo. sua mamma mi ha invitato a cena, e il poveretto rischia di sentire tutto 2 volte. a rob ci avevo un po’ rinunciato a capire le dinamiche familiari: fanno molti figli, alcuni muoiono, di alcuni non sanno l’età, a volte nemmeno il nome, e poi ci sono quelli acquisiti, figli di altri che non se ne possono occupare. inoltre sono tutti my brother e my sister, senza che vi siano dei genitori in comune. anch’io venivo presentato come my brother luca bai.
a cena ci sono tartine al salmone affumicato, insalata fresca e mont d’or, uno di quei formaggi francesi puzzoni e liquidosi. mi servo abbondantemente, come col vino rosso. a rob, escluso il salmone fresco, non avrei potuto trovare nessuna di queste cose; il pasto tipico è un piattone di riso (importato dalla cina) con sopra del pesce (lische e tutto) cucinato con foglie macciullate nell’olio di palma, molto piccante. cambia il pesce e cambiano le foglie, e a volte il riso è sostituito dal fufu, un agglomerato a base di farina di cassava (tapioca). lo si mangia a colazione, pranzo e cena. qualche volta c’è della frutta, ma essendo dry season la scelta è limitata a popo (papaia), ananas, cashew (il frutto degli anacardi), bananine mignon e cocco fresco. a volte c’è torta (ne ho viste cucinare due in un coso blockbuster per la riconsegna dei dvd; forse la riconversione che più mi ha divertito) e si trova facilmente il pane (pagnottine morbide e perfette, cucinate in una larga pentola sopra il carbone). quel che più mi mancava era il caffè al risveglio, così per colazione bevevo del succo di mango (imbottigliato) con dei biscotti.
a casa ho vomitato tutto, perfino il pop-corn dell’aperitivo. il giorno dopo i ragazzi mi avrebbero spiegato che quel salmone giaceva in frigo da giorni, e per quel motivo non lo avevano nemmeno assaggiato, ma mentre abbracciavo la tazza del cesso pensavo che il mio stomaco non fosse più abituato alla dieta mediterranea. stavo così male da pensare che i miei amici mi avessero fatto un po’ di juju, giusto per esser sicuri che li avrei rimpianti appena messo piede in italia :-)
il juju, la magia nera, c’è ancora, nonostante il bigottismo delle molte chiese ereditate dai quackers che sponsorizzarono il rientro degli schiavi liberati: da una casa con le imposte chiuse ho sentito canti e tamburi per un giorno e una notte, ché qualcuno stava male. se il mare è grosso è perché è annegato qualcuno, non perché c’è la luna piena. se qualcuno è annegato è perché se l’è preso mami wata, la dèa-sirena dell’oceano. e io sono tornato in paese, dopo i miei giri da solo nel bush, perché i duala me lo hanno permesso; sono dei nani pacifici, dai piedi rivolti all’indietro, che rapiscono quelli che gli piacciono. tutti mi hanno detto, nel caso succedesse, di non oppporre resistenza, di seguirli, ma ASSOLUTAMENTE di non entrare nelle loro case e di non mangiare il cibo che mi avrebbero offerto. riesco ad immaginare una pianta fortemente allucinogena nel bush, ma ancora non mi spiego come l’allucinazione sia la stessa per tutti… e comunque, mi sa che l’uomo bianco ai duala (dwarves) faccia schifo. inutile discutere, su queste cose: se non si entra in una certa “società”, non si possono vedere i nani della foresta, né i draghi, quelli grossi che volano e sputano fuoco. ripeto: i funghi o quel che l’è che gli adepti alla società si pappano devono essere tremendi, se associati ai film della tv nigeriana :-)
dopo la vomitata non ce l’ho fatta, e sono piombato a letto subito dopo essermi lavato i denti; non devo più usare l’acqua della borraccia super-filtrante per queste operazioni. basta girare la manopola del rubinetto.
precipito nel letto, sotto il piumone. dubito che questo mi farà sudare.
dormo bene. nessun schiamazzo fuori dalla mia finestra, e poco prima delle sei del mattino il gallo di famuleh non canta, né sento tutti gli altri più lontani. mi sveglio verso le sette, col fracasso che fa federica nel portar fuori i bidoni della spazzatura.
faccio colazione, ho appetito nonostante la serata precedente. ritrovo la forma di alimentazione che più mi è mancata: la mia colazione. caffè di moka da 3, paneburroemarmellata.
mi taglio le unghie. per timore dei controlli in aereo, niente forbicine o nail-clipper. erano molto lunghe.
mi faccio la barba, da solo e senza tagliarmi, e senza usare, di conseguenza, l’acqua ossigenata come dopobarba.
faccio la doccia. fantascienza. calda. sublime. ma so anche lavarmi con un secchio d’acqua, e avanzarne un po’.
mi asciugo con l’accappatoio invece che con lo strofinaccio hi-tech.
sono presentabile quando arrivano i ragazzi, per stare con me fino al martedì. e ricomincio a vivere la vita di qui
conclusione: sono contento d’esserci tornato, tant’è che ripartirei in qualsiasi momento. ero andato a vedere la faccia reale del mio mito personale, e ho unito le due cose. non sono stato altrettanto abile nello scriverne, ma le cose da raccontare erano tante, e veramente non sapevo come farlo. le foto mi soddisfano di più, ma anche in quel caso, ho poco merito; quei sorrisi sono a prova d’errore :-) e mi raccomando: clicca almeno su quelle rettangolari per apprezzare la generosità della lx2, e dell’africa)
sono a buon punto
March 25, 2009

anche se procedo lepe lepe.
ci sono, ma
March 22, 2009
0 (oggi!)
February 26, 2009
- 1 (domani, ma anca do brassi, do gambe, do oci, do recie, …)
February 25, 2009
come si dirà, ‘egotica’? una pippa come quella degli ultimi giorni? (il gotico elettronico?)
questa volta il balzo porta ad un falso storico: quei 2 non si sono mai conosciuti (primo) e, contrariamente a quanto indicato dalla cifra ricamata sulla maglia dell’adulto, gli anni che li separano sono 36, non 35 (secondo).
non si sono mai più rivisti, dopo che il ragazzino è partito.
quando è arrivato ad asiago, i compagni di classe rimasero delusi: non solo non era nero come si aspettavano dovesse essere un africano, ma era così biondo che i capelli sembravano bianchi.
lui era divertito, e si sentiva speciale. assorbendo pian piano il dialetto vicentino, raccontava come giocava, degli animali e dei frutti.
egotismo. in effetti – e non sarò l’unico, quassù – non so cosa stia succedendo al mondo. esclusa la lib’.
e neanche qui: tv e derivati nisba, e anche l’eco di sanremo o simili, swishhh.
so che mentre io vado, presumibilmente, a star bene, alcune persone a me care se la vedono con mali stronzi, invisibili o esigenti. tenete duro :-) vi penso, vecchi e adolescenti, e coetanei.
ieri P., una mammatrotter, mi ha portato 2 bei sacchetti di vestiti :-) adesso la Sweetcase© è quasi piena! fra le sue cose ho intravvisto un sacco di colori, comprese delle ballerine brillantinate d’oro. c’è un capo, però, che mi lascia perplesso, tant’è che il primo riflesso è stato, intanto, di rimuoverlo: si tratta di un paio di pantaloni lunghi da bimba, di cotone morbido, con la stampa mimetica.. anch’io ho cose mimetiche, sono cool, ma mi chiedo se sia il caso, proprio lì. basta bambini-soldato. ho dato a P. poco tempo per rovistare, e mi capirà.
quando sono uscito di casa, prima, ho visto un sacchetto nel vasone privo di piante di fianco alla porta: dentro un paio di camicette, una gonna… ho un sospetto, confermato da sms. è stata sabine :-)
intanto R., che è cresciuta a monrovia, mi sta procurando nomi di riferimento, incrociando informazioni con E., amica d’infanzia di paola che adesso sta da qualche parte in america.
mi ha chiesto, come paola, di riportarle un po’ di sabbia. anche terra rossa le andrebbe bene.
(segue, immagino. ora vado a farmi un ultimo pasto nella mensa aziendale, il cui ricordo, spero, non mi farà troppo male. non parlo di nostalgia per le pietanze, ma di consapevolezza circa la quantità di avanzi che quotidianamente vanno gettati…)
dopo pranzo A., che mi farà da tassista domani fino all’aeroporto, rimane sorpreso quando gli dico che no, a ballare sono andato proprio poco, nell’ultimo mese.
e non è l’unico passatempo che ho trascurato: la serie deliziosa americana rimarrà ferma alla settima puntata della first season, la serie raccappricciante americana ferma alla fine di season 2 e la serie maliziosa al nono episodio di season 2. più un numero imprecisato di film. idem disegni, sculturine o altro. (per non parlare dell’appuntamento fisso dei “link del giovedì”, trascurato ormai dal rientro dalle vacanze di natale! chi vuole può comunque farsi del male con il prossimo numero di Amica: mi hanno chiesto un articolo sulla scrittura manuale, e l’hanno pure usato!)
infine quassù, dove ho avuto meno tempo per andare in giro a leggere le vostre cose. in particolare, ricordo che attorno a Blog&Nuvole si stanno concentrando sempre più fumetti molto belli: teneteli d’occhio per me :-)

beh, di là c’è sempre qualche foto che si aggiunge, comunque; goffi tentativi di dominare le tante impostazioni della macchinetta nuova durante un giro in piazza con i raga.
(segue ancora, immagino ancora)
- 2 (dopodomani)
February 24, 2009
due giorni prima di partire uno si sveglia e gli sembra che ci sia qualcosa che non va: cazzononhomessolasveglia!
sveglia il figlio, scusandosi un milione di volte (uno vorrebbe lasciare di sé un ricordo positivo, un dadoknorr di attenzioni e di soluzioni) lo accompagna alla porta e ne bacia le guance che sanno di lenzuola, poi sveglia la figlia – ma quella è abituata al last-minute – e prepara un’ultima lavatrice che comprende i loro pigiami.
figlia parte, padre termina la colazione, va a farsi la barba e si accorge che il tappettino è fradicio: la lavatrice PERDE! mentre raccoglie l’acqua – spostare la lavatrice significa prima smantellare un catafalco di cassette di champagne, dopo averlo svuotato – chiama P., ha un sacchetto di vestiti pronti. parentesi felice prima di esaminare l’elettrodomestico, che non pare avere tubi rotti… riaccendere tutto e controllare ogni 5 minuti. fine ciclo e nessun’altra perdita; boh.
arriva in ufficio, sullla sua scrivania un pacchetto fatto con un foglio A4 arrotolato: sopra c’è scritto LUCCA. dentro degli oggetti che non capisco subito: è un taglierino professionale composto da un manico, una confezione di lame e un cacciavitino per fissarle al manico. M., il capo della squadra dei traslocatori interni, si è ricordato della chiaccherata di qualche giorno fa, e ha portato un attrezzo un po’ più affidabile dei normali cutters. (nello stato mentale in cui mi trovo, prendono forma attorno a me indistinti doganieri che mi dicono “nonnò, questo non si può”…)
tornando alla sveglia, lo so cos’è successo: ho trascurato di inserirla perché contavo sul mio (ennesimo) nuovo acquisto: un orologio da polso elettrico di plastica, solo che – appunto – non ho ancora capito bene come funziona.
sto spendendo un pacco di soldi, a prescindere dal viaggio; ho come l’impressione che un ciclo stia volgendo al termine, almeno stando al collasso di una serie di cose. 6 anni fa, con l’inizio della vita da separato, mi ero attrezzato ad uscir di casa acquistando degli oggetti; sono sicuro che avessero un valore soprattutto consolatorio, nonostante l’indubbia utilità.
beh, 2 settimane fa allo zainetto si è rotta un’altra cerniera, e l’ho cambiato. e da una settimana il portatile ostenta un’impietosa riga verticale di luminosi pixel defunti… temo che al rientro dovrò valutarne la sostituzione; tra l’altro, il processore fa fatica a lavorare le immagini della nuova digitalina (le faccio un po’ più pesanti del solito) e mi dicono che non possa nemmeno supportare l’ultimo sistema operativo, costringendomi, per esempio, ad aspettare di essere in ufficio per accedere al lettorino mp3.
e forse ci sono anche altre cose in scadenza, che appartengono a questo blocco di anni: non sono più padre di bambini, ma di adolescenti. e come cambia!
un po’ tristemente, non ho più la propensione agli innamoramenti travolgenti: l’ultimo paio di volte ne sono uscito abbastanza bastonato.
il corpo fa un po’ fatica, e fra una sigaretta e l’altra mi rendo conto che si chiama mezza età. semplicemente.
i miei genitori sono molto vecchi, lo sappiamo tutti. ne parlano loro per primi, senza tabù, e con cura ci conducono verso un mondo senza di loro.
il mio lavoro, qui, serve solo a pagare le spese. vorrei tanto che servisse, invece.
- 3
February 23, 2009
tre giorni prima di partire per lake piso uno torna al sito delle foto dallo spazio e si prepara delle mappe: dell’intero tratto di costa, del lago, del paesino.
stende la terza lavatrice in due giorni, come aveva steso le istruzioni per l’uso della casa: apertura/chiusura dell’acqua, accensione della caldaia, quelle cose lì.
continua a preparare gli 8 giga di musica, domandandosi a quale presa di corrente si attaccherà per ricaricare il lettorino.
riporta a mano alcuni indirizzi reali, domandandosi se troverà mai dei francobolli (per le cartoline avrà già preparato cartoncini e acquerelli).
si mette in ansia con la nuova digitalina, domandandosi se la vecchia – che conosce bene – non sia meglio.
si mette all’ascolto del proprio corpo, e a dita incrociate prega gli dèi dei maldidenti, del raffreddore e delle fratture affinché ne attendano il ritorno, se proprio avessero qualcosa da dirgli.
continua a non decidere con che libro partire.
continua ad aspettare i vestiti smessi da portar giù.
vorrebbe e dovrebbe pensare ad altre cose, ma è difficile.
- 6 (or 81, pop’s birthday)
February 20, 2009
che figo.
faccio ancora fatica ad immaginare come ha fatto quel giovane medico ad accettare di lavorare in liberia, portandosi dietro la moglie e due figli piccoli. il salto dalla padova post-universitaria dev’esser stato pazzesco. arrivare lì, dirigere un ospedale di cui sei il solo medico, entrare in una prima casa alla missione ed uscirne con un figlio in più, vivere in una seconda casa mentre scopri che ami quel posto, e decidere di costruire una terza casa, per il piacere di vedere e far vedere quel posto dalla cima di un sogno. son tante cose.
poi tornare, aggiustare ossa rotte in montagna per una decina d’anni, non farcela più e ripartire in nigeria, algeria, uganda, sudafrica, palestina finché le bombe non vi hanno rimandato ad asiago.
anche adesso la mamma ti è al fianco; l’hai fatta sgambettare, eh? e non si è mai tirata indietro :-)
del resto, a un figo così, difficile resistere.
l’altro giorno paola è entrata in soggiorno, tu eri davanti, io dietro; ha detto che per un momento non ha distinto le 2 silhouettes. che ti somiglio sempre di più.
tu mi dicevi, di recente, che non siamo poi così diversi, e non parlavi del fisico. parlavi di dna politico, proprio quel campo su cui si accendono scintille appena vi scendiamo assieme :-)
eppure siamo diversi, né potrebbe essere altrimenti. sono un padre diverso da te, deliberatamente cambio alcuni approcci pedagogici, tento alternative là dove so che le vostre scelte mi hanno procurato più dubbi che certezze, senza certezza alcuna circa la bontà – o anche solo la sensatezza – di queste scelte.
suppongo sia il bello dell’umanità, e che sia così che cambia, piano piano.
(sai, se penso a tuo papà – per quel poco che so – mi sembri ancora più figo, vecio :-) quante varianti hai messo in atto!)
di una cosa sono certo, come lo sei tu: gli anni in liberia sono stati il dono più grande che ci avete fatto.
siamo quel che siamo anche per quello. e io ci torno per quello :-)
come regalo di compleanno, sarebbe stato da andarci assieme; ora non puoi, quindi ci andrò io e, oltre che nel mirino della digitale, so che guarderò anche con i tuoi occhi, con la loro poesia e col loro cuore. da fuori non si vede, ma pare che me ne hai lasciata un po’ dentro, di quella roba là :-)
so tenk yu, ya? an’ happe boifde, pop :-)))
- 7 (ancora una settimana e sarà estate)
February 19, 2009
(lo so perché ho preso il primo pastiglione contro la malaria, “da assumersi una settimana prima del viaggio”)
la ricerca del borsone è stata brevissima: primo negozio cinese, quello uscendo a sinistra. è enorme. altro che 20 kg, macchisséne: se l’appello andrà a segno, nel giro di un paio di giorni prevedo di riempirlo di vestiti usati da portar là; se sforo i venti kg, passiòns.
poi cosa manca?
una digitale nuova, con batteria di ricambio e memoria sufficiente per 3 settimane senza computer su cui scaricare tutto.
ma esito, esito stupidamente.. è che non riesco a spendere soldi solo perché una cosa non è perfetta, imperfetto come sono :-)
(forse segue)







