fortunati.
il tempo era bellissimo. a parte ieri, ma ieri siamo rientrati, perciò. (venerdì sera ero già in piazza, sorpreso a trovarmi fuori dal bar con una birra ghiacciata in mano e di non avere freddo, pur senza giacca)
i miei stanno bene, sempre. scaldano bene la casa, preparano le cose da mostrarci, ci nutrono e cercano di tirarci fuori racconti della vita in città, della scuola, del lavoro, di quel che non si chiede. ci provano discretamente, ché i ragazzi li ho fatti come me, silenziosi. (in parte, dopotutto, io lo so che scrivoquassù per permettere ai miei cari di sapere qualcosa di me – e dei 2 – riparando alla meno peggio i danni che il mio caratteraccio provoca. eh.)
ci hanno detto che i vicini vorrebbero liberarsi della cagnetta bianca! è quella che hanno preso, assieme ad un altro setter, quando è morto zak, il cane che ballava di gioia quando ti avvicinavi al suo recinto. i tipi sono dei cacciatori, e del benessere dei loro cani sembra che se ne sbattano altamente: zak pare esser morto perché “ha mangiato qualcosa”. mh. il gatto II è rimasto anchilosato quando, dopo essersi lussato l’anca, non hanno fatto niente. e adesso hanno ’sti 2 cani chiusi tutto il giorno, tutti i giorni, in un recinto di 4 metri per 3, lercio. anche questi, appena ti avvicini, iniziano a spintonarsi contro la rete, in cerca di un contatto; allora infiliamo le dita nelle maglie della rete, accarezzando tutto quel che si può. La cagnetta bianca è una setterina piccola (ma adulta) per la quale ho un debole dopo che me l’hanno descritta come un’artista della fuga: non si capisce come cazzo faccia, ma è riuscita a scavalcare per tre volte la recinzione, che veniva man mano prolungata in altezza! per l’ultima fuga spiderdog ha scavalcato una cosa come due metri e mezzo, dopo di che hanno deciso di metterle anche una catena.. che pena mi fa, e che tenerezza.
sabato dopopranzo, io e felix siamo andati in cerca di aria aperta, ho sbagliato strada e ci siamo ritrovati in una vallle invece che in un’altra. meglio.
la strada bianca si inerpica fino a una malga, poi continua oltre un divieto, che rispettiamo. il paesaggio attorno piace molto a felix, che mi chiede se assomiglia all’america; capisco cosa intende: né lui né io siamo mai stati nel klondike, ma guardare la valle ricorda decine di film, con o senza cowboyz, e oso dirgli che sì, sembra proprio l’america.
cominciamo a salire, tagliando per i campi dove si capisce che sarà facile riguadagnare la strada. polmoni permettendo. l’altitudine è ridicola, quindi attribuisco alla mia passione per il tabacco la grancassa che mi batte nel torace. anche il giovane fatica, e mi consolo un po’; mi consolo del tutto quando, dopo un’oretta, ho assimilato un ritmo idoneo, e saltello in salita.
arriviamo dove gli abeti lasciano spazio ai mughi, e i mughi concedono a qualche larice il permesso di attraversarli. ci sono uccelletti – tanti – che si rincorrono a gruppetti in mezzo a questo spinoso mare verdescuro.
in un canalone, poco sotto la fonte, sentiamo tanti “guen-guen-guen-guen” dall’alto, alziamo lo sguardo e vediamo, per la prima volta delle nostre due diverse vite, un’enorme stormo di pennuti migratori arrivare da dietro il monte, una formazione come nei documentari che si dirige proprio verso di noi, e verso sud.. giù da noi c’è un’esplosione di urla di eccitazione, e mentre armeggio freneticamente con la digitalina, dico a felix che la notte prima dei pennuti simili erano proprio sopra il paese (li hanno sentiti in tanti, e qualcuno dirà che si erano perse, le anatre; in effetti, sembravano veramente indecise quando ne ho individuata la formazione nera nel cielo quasi nero) solo che adesso lo so: non sono anatre, ma cosi con le gambe e il collo lunghi, tipo aironi, guen-guen.
formavano il profilo di una seconda montagna cangiante, che crebbe fino a passarci sopra rovesciandosi in un sorriso larghissimo che ha continuato a trattenere chissà quale segreto fino all’oceano luminoso del sole calante.
ero felice che entrambi avessimo visto Il Popolo Migratore, quel documentarione splendido da cui si esce gracchiando e agitando le braccia, nel desiderio di volo; sapere cosa ci fanno quegli uccelli sopra ai mughi è bello, perché la mente, per un po’, se ne va con loro sopra a valli, campagne e mari, e atterra al caldo. a casa.
al rifugio ci fermiamo, anche se vorrei seguire lo sguardo fino in fondo all’enorme conca che ci separa dalla cima più alta dell’altopiano (una volta, quando si poteva, ci sono arrivato sotto con la macchina – ero solo e avevo voglia di esplorare – e decido di salire in cima al cucuzzolo. la sera mi sarei gasato molto scoprendo dov’ero stato). ma rimane poco sole, e non abbiamo giacche, così facciamo dietrofront: per campi, più possibile.
l’altroieri porto i 2 pulcini nella valle sotto casa, a controllare la situazione amoniti. per strada bisogna fermarsi per forza di fianco alla staccionata del tipo che tiene in giardino 3 renne, 2 asinelli e 2 pony di cui uno, quello nero, stronzo (l’ha detto il vecchio, mica io!) il caporenna (si capisce perché è la più grande e ha due palle pelose bellissime, a detta di ada) è simpatico, e infila le corna oltre la staccionata – rischiando, ci sembra, di incastrarsi continuamente – pur di ricevere carezze. se ci spostiamo ci segue. immaginiamo come sarebbe arrivare all’area-cani del trotter con una renna al guinzaglio.. troppo originale, temo :-)
poi, il pomeriggio, li ho portati in un posto, che m’han detto.
gli amici del gruppo grotte, che conosco per averci strisciato insieme in cunicoli bui, umidi, freddi e fangosi, hanno rimesso a posto una vecchia fattoria, trasformandola in un museo dell’acqua: oltre a fornire materiale didattico sulle tradizioni locali legate all’acqua, stanno redigendo una specie di censimento delle fonti, raccogliendo anche dati quantitativi-qualitativi-bohlitativi. il posto è splendido, come il bosco attorno. amo stare in bosco quando quei due si divertono, e quel giorno erano in una buona vena. quante cazzate sparano, che mi fanno pentire di non avere un metodo per ricordarle tutte. cazzate e perle di saggezza, il massimo.
in paese, nonostante la festività, non c’è molta gente, e fa molto freddo. facciamo una breve vasca, e poco prima che sia completamente buio saltiamo in macchina per correre a casa, sotto una lunona spavalda che a tratti sembra una pallina da golf che rimbalza sui prati.
ieri ci sarebbe stata la fiera in paese, ma pioveva e faceva freddo. siamo partiti con calma, arrivando giusti per una pizza mentre la casa si riscaldava e pèa ci raccontava com’era andato il suo finesettimana.
un po’ tardi
October 18, 2009
che vento!
October 12, 2009
infatti il cielo è pulito. vorrei vedere, le cartacce sfrecciano orizzontali all’altezza della mia finestra, in direzione della tangenziale. lo stesso fanno i piccioni, che giocano a fare le rondini.
ma le nuvole hanno fatto comunque un po’ di pioggia prima di andarsene. io, con loro, avevo finito, quindi tranquille. legando la bici ho visto che il cielo dietro ai cantieri era interessante, così – parcheggiate le mie cose in ufficio, sono salito per la prima volta in cima alla torre, digitalina in tasca.

per qualche motivo misterioso, il progettista l’ha fatta di 17 piani.
voglio dire, non siamo il paese le cui linee aree hanno abolito la fila 17 dei posti a sedere? beh, qui l’ultimo piano abitabile è il diciasettesimo, che è disabitato. niente ufficio del capo dei capi, niente supersala riunioni, niente bar! uffici vuoti, e una vista notevole.
ieri, invece, ero ancora più in alto; ero a millle metri, a godermi il sole caldo dell’altopiano dove ero salito sabato per andare ad abbracciare mom. treno solo fino a verona, e il resto in auto con bigbrother, stefi e marta. paola, carlo e anna erano già lì dalla sera prima.

così, per il suo pranzo di compleanno, mia mamma aveva attorno tutta la sua famiglia :-) e in centro la torta al limone di mia sorella. quando glielo chiedo, mi dice che loro, da bambine, non festeggiavano il compleanno..
poi abbiamo sistemato la legnaia, “no mom, non mi servono i guanti” senza effettivamente infilzarmi alcuna scheggia, quattro chiacchiere con bigB (e imparo che, nonostante un lavoro precario e pochi mezzi, conduco uno stile di vita quasi lussuoso in confronto a lui: 3 figli, alimenti, affitto, rate della macchina = al posto suo non potrei nemmeno andare in milonga) “dovresti pensare alla liberia…”
alla liberia ci si pensa tutti. mom mi ha preparato pile di possibili regali per le amiche; pop si deve trattenere dal sommergermi di consigli, io dall’insistere perché venga con me; paola ha ripreso contatto con mezza classe delle superiori. e siccome non c’entra un cazzo, coinvolgo carlo con la ristrutturazione di un guscio di muri di cemento appoggiato nella vegetazione prepotente. è il nucleo del mio gruppo di supporto, che non smetto di allargare data l’ampiezza dell’orizzonte che ho di fronte :-)

ieri sera ho visto The September Issue, un documentario sulla celebre direttrice del celebre mensile di moda, edizione americana, girato nei mesi precedenti l’uscita del numero di settembre (il più importante dell’anno).
forse per aggiustare l’immagine che ne esce da quel libretto in cui è paragonata al diavolo, la signora ha permesso ad una troupe di seguirla da vicino, ricevendone un ritratto sicuramente più onesto. è sorprendente, comunque: l’autore non smussa molto, non cancella ma sceglie sequenze che rivelano l’umanità nascosta. come quella della tipa a sinistra, qui sopra: è il braccio destro, la mente creativa che sta dietro ai servizi fotografici, che mi ricorda tanto la mia capa. interessante per me, che per un po’ ho respirato quell’atmosfera di impalpabili ispirazioni e palpabilissime aspirazioni.
buona settimana. e occhio alle raffiche.
cammina, cammina
October 5, 2009
finita la settimana coi ragazzi. era la prima da quando è ricominciata la scuola, e finalmente mi sono reinserito anche in quel ritmo.

il ragazzo si trova abbastanza bene nel nuovo indirizzo, e pare che la classe sia piacevole. la ragazza ha ritrovato la solita classe e i soliti insegnanti, sui quali non risparmia commenti crudeli che ci fanno molto ridere.
io ho fatto il bravo e ho aspettato venerdì sera per uscire in milonga, dove ho comunque fatto più tardi del previsto. a parte preparare la colazione al giovane addormentato, volevo andare alla presentazione dell’iniziativa sui giardini sociali al parco.

(le locandine che faccio precedono di talmente poco gli eventi stessi che mi sorprendo a vederle affisse in giro… una settimana prima uguale, per la mostra munariana dei cento libri di astronomia appesi in teatrino.)
hanno aderito una 50ina di persone, con una certa soddisfazione degli organizzatori; io ero tentato, perché non mi dispiacerebbe saper trasformare dei semi in cibo (cosa che potrebbe sempre servire, un giorno). ma mi conosco, e non credo che tutti i sabato potrei avere voglia di zappare (per quanto mi paccia). ero lì con ada, che non ne aveva alcuna voglia ma che aveva (fortunatamente) rinunciato all’idea di tornare al mercatino delle pulci. per la pasta e fagioli, poi, ci ha raggiunti anche felix.
“e oggi pomeriggio, cosa facciamo?”
questa domanda, ultimamente, mi coglie sempre un po’ impreparato; ultimamente si arrangiavano, nel senso che avevano ognuno i propri puntelli con gli amici, e io mi dedicavo alle mie passioni: fare lavatrici, fare spesa, fare pulizie. Da un pezzo non riesco a portarmeli a una mostra, e rimpiango i tempi in cui – addirittura – ci si avventurava in un’altra città.
si decide per un giro, che significa “facciamo fare alla città. vediamo cosa ci offre”. sulla modalità del giro, la spunta ada, che detesta quella faticosissima bicicletta: andiamo a piedi, con calma.
in corso buenos aires considero – a voce alta – i benefici del camminare, la completezza dei movimenti, la loro giustezza in relazione alla forza del cuore, al sistema di pompaggio e di circolo del sangue ecc. quando la ragazza mi informa che “ecco. è inutile continuare a rompermi le scatole con la storia che devo fare sport; io mi faccio c.so buenos aires tutti i giorni, mi mantengo in forma e vedo le vetrine che mi piacciono!”
maledetta la mia linguaccia.
arrivati in fondo, attraversiamo i giardini di p.ta venezia.
arrivati in fondo, andiamo al padiglione d’arte contemporanea, che è chiuso.
ma villa reale è aperta, ed è gratis. li trascino dentro, con la promessa di una visita “light”. una volta dentro, vanno da soli :-)
attraversiamo i saloni immaginando di viverci. riarredando. questo gioco funziona sempre.
ammiriamo il lavoro dei pazzi che, a suon di martellate e abrasivi, trovavano pelle morbida e stoffe inamidate nei blocchi di marmo bianco.
io ritrovo pelizza da volpedo e segantini, giovanili passioni.
un paio di tele serie, tutte santi e devoti, riportano a galla l’intramontabile gioco di cambiare i dialoghi ai personaggi: e allora alcune sante fatte di anfetamine rifiutano di rivelare l’identità dello spacciatore, in un interno ci si scandalizza e si litiga per una bolletta esorbitante, fino al tizio scolpito in facciata, che non sa proprio dove aveva parcheggiato.
sarà dissacrante, ma funziona: i giovani studiano attentamente le espressioni, le pose, e si rendono conto dell’acuratezza dell’opera. se, in mezzo alle ghignate, gli faccio notare un dettaglio, una tecnica o il contesto, ascoltano e, spero, elaborano.
al ritorno il ragazzo preferisce prendere il metrò ed aspettarci a casa; io mi rifaccio tutto il corso con la mia non-più-tanto-piccola window-shopper (ogni tanto, camminandole accanto, controllo lo sguardo degli uomini che incrociamo; da come squadrano ada capisco tutto quello che l’abitudine ed il ruolo generalmente mi precludono, e cioè che è quasi una donna…
arrivo a casa abbastanza cotto, e son quasi felice che felix sia invitato ad una festa; per non lasciare ada sola soletta non avrò nemmeno la tentazione di andare a ballare.
guardo con lei un film per ragazzine demenziale, e decido di non aspettare il rientro di felix: non voglio che creda che lo abbia aspettato in ansia o cosa, e vado a letto prima del solito.
mi sto addormentando quando il telefonetto bippa un messagino: mi alzo pensando che possa essere felix, leggo, non è lui, rispondo che no, stasera non ballo, e torno a letto.
mi sto addormentando quando il telefonetto suona: è felix. rispondo ma non è la sua voce:
“è il papà di felix?”
“sì..”
“può venire a prendere felix?”
“…perché?..”
“sta male.. è in bagno che vomita..”
oh cazzo.
“avrà bevuto.”
“… n-non saprei.. comunque sta male. lo può venire a prendere?”
(scocciato) “no, non posso! non ho la macchina!”
“allora chiamiamo sua madre?”
porca puttana.
“no, vengo io” e mi faccio spiegare dov’è la casa. ci mancherebbe questa: che chiamino sabine per dirle di recuperare il figlio sbronzo quando tocca a me..
mi vesto rapidissimo e pedalo nella notte che mi sveglia pensando al fatto che, se fossi stato in milonga, non avrei mai sentito suonare il telefono…
arrivo, chiamo il cellulare di felix – come convenuto – e una voce femminile mi dice che “adesso scende”.
dopo un quarto d’ora (nel frattime è arrivato un altro papà) telefono di nuovo. risponde felix:
“allora? sono qui che aspetto!”
“…alowa… dewo… scendewe?…”
oh minchia.
“sì che devi scendere! andiamo a casa!..”
“…awwiwo…”
altri 5 minuti buoni. intanto anche l’altro papà sta telefonando.
poi arriva. anzi, fluttua. non trova il pulsante per aprire il cancelletto, mi fa ricitofonare su e gli aprono.
è ubriaco fradicio!
verifico che abbia tutto, telefono, portafoglio e chiavi di casa, e decido che una bella camminata possa fargli del bene (né mi va l’alternativa di mollare la bici e rientrare in taxi: doppio rischio di farsi fregare la bici e di gestire una vomitata in macchina. no.)
per un po’ sono serio, gli faccio una ramanzina e tutto, ma mi rendo conto che non capisce una sega. allora mi godo un po’ lo spettacolo di questo giovanotto – più alto di me – che tenta di procedere su due gambe difficili, molto difficili da controllare :-)
mi vergogno un po’, ma penso anche che doveva succedere, prima o poi; avevo più o meno la sua età quando è successo a me.. solo che io tornavo a casa col motorino!
strada facendo mi faccio waccontawe com’è andata, e spunta il solito colpevole: vodka. chissà come mai le prime ciucche sono sempre a base di vodka? per me erano quelle schifezze al limone o alla menta, dolcissime mentre le ingurgiti e orrende quando le rigurgiti. lui ha pure aperto con un paio di birre, per poi addormentarsi su un divano prima di precipitarsi in bagno, dove ha chiesto a qualcuno di telefonawe a papà. tenero.
a metà strada (ormai fa veramente fatica a procedere, sopraffatto dalla stanchezza), gli ricordo i test della polizia di una volta…
“li conosco! non sewwono a niente!”
gli chiedo di camminare su una linea di mattoni nel marciapiede: “ewabbè” dice, partendo per la tangente.
gli chiedo di fare quelll’altro, in piedi su una gamba sola, naso-pollice-mignolo-pollice-mignolo-ginocchio sollevato: perde l’equilibrio, “no, non vale, lo wifaccio”, perde di nuovo l’equilibrio e sbatte la testa contro un portone, “ohio.”, e continuiamo.
quando incrociamo gente sul marciapiede gli dico di tenersi a me. ma lo vedono tutti lo stesso che non si regge in piedi.
mentre percorriamo l’ultimo tratto di strada, nella nostra via, gli viene un rigurgito (per tutto il percorso ero stato a dirottarlo sulle aiuole, sui cestini della spazzatura, sopra le griglie dei montacarichi, benché non avesse più nulla in corpo da espellere) e si appoggia a una macchina, rivolto verso la strada. sul marciapiede opposto passa un tipo robusto, si ferma, lo vede, e inizia a urlargli “cuosa fai? cuome ti sei riduotto, ragazo?” e attraversa la strada.
è un russo, o qualcosa di simile. un armadio d’uomo, sui 35 al massimo, capelli da militare, col singhiozzo. lo lascio fare.
cuomincia a sgridare il ragazo, con dolcezza, dicendogli che così non va bene, che non c’è motivo di ridursi così e via dicendo; credo che ci prenda per una coppia mal assortita di esuli, perché quando gli dico che il ragazo è mio figlio rimane veramente sorpreso.
“ma questo è papà d’uoro, ragazo! tu sei fuortunato che tuo papà viene cercarti, ti puorta a casa, ti vuole bene.. mio papà? mio papà picchia! lui ti picchia se così!” e mentre gli dice tutto ciò, lo tiene stretto tra le mani e lo scuote, un po’ come fa obelix con i romani quando vuole che durino di più. e giù pacche sulla schiena, contropacca sul petto, il povero felix è in balìa di uobelix, incapace di imporre qualsiasi cosa ai suoi muscoli, riesce solo a dire “..ohio pewò, mi fa male..”
ringrazio il miliziano brillo e, un po’ a fatica, gli strappo felix dall’abbraccio per portarlo finalmente in casa. gli ricordo che è facile fare incontri del genere di notte. che non è bello esser completamente impotenti.
worrebbe che lo aiutassi a salire il soppalco, “te lo scordi. se devi correre in bagno t’ammazzi sulle scalette. no, dormi sul divano.”
si addormenta, vestito, in pochi secondi.
il mattino dopo io e ada andiamo al parco, dove c’è un concerto di chitarra classica. lui dorme.

questa volta heidi ha invitato una giovane chitarrista che esegue alcuni brani che mi lasciano incantato: senza amplificazione, con quella che mi sembra una chitarretta graffiata, interpreta a memoria diversi pezzi che includono la percussione della cassa, delle corde, delle grattugiatine, delle scivolate… ada si annoia. dice che non le piace il suono della chitarra e che la ragazza non era abbastanza bella.. mah.
a casa il reduce è sveglio, è salito fino al suo letto, e non intende pranzare.
né intende uscire nel pomeriggio, ma dormire ancora un po’.
“e noi, cosa facciamo?”
“andiamo in c.so como!”
in c.so como c’è un famoso negozio mOlto alla moda; le cose che hanno sono talmente eccentriche che mi diverto anch’io, senza contare la galleria fotografica e la libreria. ada ne è entusuasta: le piace tutto, dai vestiti agli accessori, dall’ambiente ai decori. “oh, è bellissimo!” è la frase che ripete più spesso, assieme a “che finezza” e “posso toccare?” visti i prezzi, è solo un po’ delusa da un vestitino tempestato di perle, perché le perle sono finte.
poi camminiamo fino al duomo e poi s. babila, dove saliamo sul metrò per tornare a casa. Decisamente, il window-shopping le va a genio, e la mette talmente di buon umore che riesco a vedere una mostra fotografica lungo il tragitto: bell’allestimento (magnifici locali, quelli del palazzo della ragione) per immagini perturbanti. il tizio ha preso un mucchio di modelle tendenti all’anoressico, le ha truccate da cadavere e le ha fotografate.. ma noi eravamo entrambi molto più interessati ai raggi laser che attraversavano vibranti la lunga sala oscura :-)
cena (anche lui, cui è tornato l’appetito)
film.
nanna.
durata poco
September 22, 2009
ieri sono passato in un punto vendita del mio gestore, in 3 minuti mi hanno dato una sim nuova con lo stesso numero di prima. poi sono andato a fregare un telefonetto a felix, che ne ha già due, e sono tornato ad essere reperibile :-)
ho perso 3 euri di credito, un telefonetto (ovviamente), diversi numeri che chissà e qualche sms sott’olio, di quelli così bellini che si tengono, n’importe quoi.
la locandina per il lancio degli orti comunitari al trotter è finita; ecco la versione definitiva col programma della giornata.
facendo un passo indietro, sabato ho portato i ragazzi al mercatino delle pulci, ché al rampichino di felix servono i parafanghi (raggiungere la nuova scuola è scomodo con gli autobus, così sta facendo la conoscenza con la pioggia a pedali).
ada squadrava i ragazzi un po’ hippie, domandandosi come facessero a buttarsi addosso tante stoffe colorate prive di “taglio” per poi eccitarsi alla vista delle maschere antigas. si è comperata una minisfera da discoteca da appendere allo zaino di scuola, e ci siamo regalati 4 occhi azzurri da bambola sfusi, quelli che si chiudono ad inclinarli, con le ciglia. abbiamo pranzato lì, ad un camioncino con le salamelle, godendocele.
abbiamo risalito la città a piedi, da p.ta genova a s. babila, window shopping. ada ama molto il quartiere ticinese, soprattutto perché ha scoperto un paio di negozietti delle sue marche preferite.
domenica li ho laciati dormire, e sono andato al parco con l’intenzione di passarci un’oretta leggendo. alla chiesetta c’è movimento e mi siedo un momento prima che un pianoforte si metta a creare i contesti emotivi in cui un violino e una viola se ne dicono di tutti i colori. questa volta heidi non suonava, ma aveva organizzato il concerto e offriva il rinfresco :-)
pranzo veloce e faccio gonfiare tutte le gomme: pare che ci sia un raduno di bastardini e non al parco forlanini. ci si arriva, nonostante le lamentele di mia figlia, che non ha tutti i torti: la sua bici ormai è piccola.
beh, da ridere. in pratica, chiunque si poteva iscrivere alla sfilata di bellezza e all’agility contest; e ci si iscriveva veramente chiunque :-) fra le scene buffe, un alano che non ne ha voluto sapere di infilarsi attraverso copertoni d’automobile (come il terranova, del resto), i cagnetti da borsetta, più bassi dell’erba, percorrono i tunnel come se fossero sparati da una fionda; i bastardi di tutte le fogge, agitati e non, e i proprietari che “vieni dalla mamma, corri dal papà”. ci siamo divertiti a vedere gente buona che tira fuori i cagnetti dai canili :-)
(title embedded)
September 16, 2009
anche qui. e piove sui primi giorni di scuola, del lavoro, piove sulle macchine, i tram, le moto, piove sui progetti come sulle certezze, sui sogni e sulle delusioni.
alcuni alberi di città ne saranno sollevati, erano arrivati stremati alla fine di agosto, tutte le foglie all’ingiù, spente. e l’erba dei parchi pubblici, che era diventata una specie di spazzola incolore.
basta che non duri troppo.
piove
September 15, 2009
ne consegue che i ciclisti armati di piccoli ombrelli tascabili si inzuppano completamente, salvo la testa e parte delle spalle. e gli sembra che – merda – l’estate sia già un capitolo chiuso. pochi gradi di meno, il cielo coperto, l’umidità, e mentre pedalano in viale monza li coglie persino l’ansia dei regali di natale. per dire.
bèk tuscùùl
September 14, 2009
pochi cazzi. se l’anno scorso è iniziato con una presentazione in aula magna a beneficio – mi sembrava – soprattutto dei genitori, quest’anno accompagnare felix al primo giorno di scuola è stato perfettamente inutile, se non per fargli sapere che gli voglio bene. in bici ci si mette un quarto d’ora, così abbiamo trascorso quello rimanente a guardarci attorno, parlando poco. tante ragazze, in effetti, ma anche diversi maschietti. varie etnie, maggioranza italiani, pochi cinesi, ho capito poco di più e attendo di sentire le sue prime impressioni. Questo accadeva sul marciapiede. poi hanno aperto le porte e si è capito che i genitori potevano tornarsene da dove erano venuti. beh, nonostante la minaccia, non sta ancora piovendo.

in ufficio mi faccio un caffè istantaneo. quello buono è finito da un paio di settimane, e le priorità sono altre. poco male, durante l’estate ne ho bevuto parecchio e il suo sapore mi rifornisce di ricordi abbronzati. e mi sveglia un po’, ché anche ieri sono andato a ballare, sfidando le intemperie. schivandole, a voler esser più precisi. all’uscita della milonga pioveva, il tempo di una sigaretta chiaccherata con un’altra ciclista, e aveva smesso :-)
La stessa tipa l’avevo vista anche la sera prima, alla marippa. lei ed uno dei più sorprendenti tangueri che io abbia mai visto dal vivo, hanno fatto un’esibizione: la classica tripletta tango-vals-milonga, poi altro vals e altro tango, per finire con rock around the clock. scatenati.
è che sabine ha pensato di regalare ai ragazzi qualche giorno ancora di vacanza prima della ripresa, e se li è portati in liguria pur essendo la mia settimana. reazione: vado a ballare. stanno riaprendo tutte le mie solite milonghe, ed è bello ritrovare abbracci conosciuti. mi ha intenerito quella nel circolo familiare: avevano messo dei fiocchi vistosi lungo tutto il corrimano delle scale che portano al primo piano, e pure lungo le pareti all’interno. ritrovo volti del mio tango meneghino, e qualcuno di nuovo. bello :-)
ho consumato in fretta la seconda serie ambientata a madison avenue, e m’è piaciuta più della prima. difficile resistere: ci hanno messo tanti riferimenti alla realtà di quegli anni che ogni episodio è anche la riaccensione di parti di coscienza sopita. non che possa ricordare la mia infanzia, ma mi interessa sapere dove era la società in quel momento. avendola poi trascorsa più a contatto con gli americani che con gli italiani, la mia infanzia era avvolta dalla coda di quegli anni di boom. e so che sono vecchio, provengo da un passato già lontano e diverso di aerei a elica.
infine, i tizi nella serie mi spiegano le cose che ho studiato, come è nata l’arte della persuasione a fini commerciali. da mostrare nelle classi di pubblicità!
ho letto il primo di 3 libri che, mi hanno detto, mi piaceranno. mi hanno anche detto che non va mica tanto bene non averli ancora letti, io che sono ancora a elica.
l’ho letto in un giorno, quindi credo che i rimanenti abbiano buone prospettive di non mancare lo scopo della loro manifattura industriale ;-)
ho visto il terzo film glaciale, e mi è piaciuto meno dei 2 precedenti, nonostante gli occhialetti treddì. machissenefrega, l’autunno promette evasione digitale a iosa, e ce ne sono un paio che attendo con impazienza.
ho attaccato la terza serie dell’ematologo turbato, che mi terrà sulle spine finché non torneranno i ragazzi dalla settimana matriarcale; queste cose – ancora – non le guardo con loro, anche se ho la certezza di essere molto più impressionabile di loro.
anche il trotter è ripartito, a tutta birra.
riapre la bibliotechiina, riatterrano gli astronomi e rispuntano le verdure. (quest’ultima locandina è ancora provvisoria, ma l’entusiasmo per l’iniziativa mi spinge a metter lo stesso il bozzetto, e per il gusto della soffiata)
e mo’ si riparte
August 31, 2009
oggi i raga tornano da sabine.
domani il ragazzo affronterà la prova scritta di matematica, dopodomani quella di latino, dopodopodomani gli orali:le due già dette (se agli scritti andrà cosìcosì o proprio male) e diritto.
studiare ha studiato, perlomeno rispetto a quel che (non) ha fatto durante l’anno.
“come ti senti?”
“ho paura.”
spero che se la ricordi, che gli serva e che se la dimentichi.
per lasciarlo tranquillo, ieri sono andato a spasso con sua sorella, che per tutta la settimana si è rotta le scatole. aveva capito che la priorità era lasciar tranquillo il pluririmandato, ed ha passato il tempo a fare la spola fra le due case. in realtà ha influito molto un cambiamento nella sua disposizione nei confronti di casa mia: ci sta stretta. le mancano le sue cose, uno spazio suo (ultimamente ha iniziato a chiederci di non girare per casa chiappe al vento, e per noi maschi – soprattutto d’estate – è una richiesta che significa impegno: soprattutto il ricordarsela), e la trova, molto semplicemente, brutta. le vicende dell’estate, gli inconvenienti vari e l’immutabile degrado hanno generato in lei un’insofferenza che mi pesa, per le implicazioni che comporta: vendere l’invendibile e trasferirsi, magari in affitto. con i miei capitali, la sola soluzione sembra essere nell’hinterland, con i casini che l’affido congiunto – o anche solo il semplice recarsi a scuola – comporterebbe.
durante la passeggiata ho sondato il terreno: abbiamo fatto un ampio giro del quartiere, parlando del più e del meno, facendo foto (io. lei a rimproverarmi perché ne faccio tropppe, rallento la passeggiata, fotografo cose brutte e quindi perdo tempo), e, passandoci in mezzo, le segnalavo le diverse tipologie di condomini invitandola ad immaginarci sistemati là in mezzo, ad un piano intermedio. gliene sarebbe andato bene uno qualsiasi. e questo la dice lunga, mannaggia. (qualche lettore ha qualche dritta?)
il finepomeriggio è trascorso in modo insolito: li avevo già invitati, più volte, a fare ordine e repulisti di manufatti obsoleti, come sto facendo anch’io da qualche tempo. ci si sono messi. e dopo un paio d’ore il risultato era sorprendente. loro sù, io giù, li sentivo commentare quasi ogni articolo, in un gioco che li divertiva e – per una volta – li vedeva in una rara sintonia collaborativa. ho preferito non assistere, non fidandomi di me stesso e del mio cronico attaccamento ai ricordi; solo qualche direttiva generale (“i libri li voglio prima vedere io, giochi ecc. che funzionano da una parte, idem carte, pennarelli, matite. e i ricordi particolari, anche di scuola, pensateci 2 volte prima di eliminarli, ok?”)
alla fine si riusciva perfino a passare la spugnetta umida sulle superfici impolverate :-)
io ho eliminato: un saccone di rotoli di cartone di vari spessoridiametrolunghezza, idem di plastica, una quantità di coppette di yoghurtcremebudini, due cartoni di barattoli di vetro, due sacconi di sacchettigrandimedipiccini, un grosso cartone di pezzidipolistirolo, imballaggidicartone, cd-romrovinati, scatolediuova, gommepiume, vassoiettidipolistirolo, dicendomi che, in fin dei conti, è da tanto tempo che non adopero nulla. né prevedo di assemblare fuffa nell’immediato. siamo perfino riusciti a selezionare qualche statuetta di creta da sciogliere!
ma tutto questo lo sappiamo solo noi: chiunque entrasse in casa avrebbe la solita sensazione di essere oppresso dal fottìo di cose.
all’esterno ho dovuto accumulare un bel po’ di fuffa di fronte alla porta – rotta – del cesso in cortile: qualche deficiente incontinente ci ha scaricato la sua merda nonostante si sappia che lo scarico della turca è intasato dal secolo scorso. dovrebbero murarla, quella porta; o riparare il cesso, ma questo è improbabile, e spero almeno che la mia piccola barricata regga. dopo le grandi operazioni estive, il condominio sta lentamente ritornando ad essere il bordello di sempre: giovani appollaiati su scale pieghevoli si auto-riallacciano la corrente all’impianto comune, ricominciano i lanci di spazzatura e bottiglie dai piani alti, gli invisibili tornano a fare la loro apparizione sulle scale o in cortile, sui volti dei trans ricompaiono dei lividi. il fatto che sia ramadan non migliora molto le cose, anzi: la maggior parte degli arabi sono single, e la sera si scatenano con musiche, grida e qualche liquorino proibito.
all’esterno, in strada, ci sono ancora le transenne del Nucleo di Intevento Rapido per la Manutenzione del Comune (N.U.I.R.), alternate ai soliti rifiuti ingombranti appoggiati alla facciata, vicino alla grondaia magica rotta (è l’unica grondaia da cui sgorga copioso del liquido anche se non piove da giorni: quelli delle soffitte scaricano le loro acque sul tetto, che scivolano nella grondaia e da questa piovono dritto sul marciapiede).
Questa sera mi avventurerò nelle maledette cantine per capire quanto allagate siano ancora, e temo che domani – appena apre l’ufficio – sarò di nuovo dall’amministratora, a ringhiare (mi è arrivata un’altra bolletta del telefono, solo che sono tre mesi tre che l’incapace ha fatto tagliare il cavo e che non ne permette il ripristino, cazzo!), ma so che non otterrò molto. posso sperare che con tutti i controlli che ci sono stati, l’A.S.L. le imponga di fare un risanamento là sotto. in alternativa, sarei tentato di tapparmi il naso, scendere laggiù, raccogliere un bidone di liquame e andarglielo a versare oltre il bancone della reception. così, per renderla partecipe.
per quanto riguarda il sopra, non va certo meglio: fortuna che ho pensato di appendere un vecchio ombrello sotto alla macchia sul soffitto, perché nel giro di pochi giorni si sono staccati dei bei pezzi di intonaco.

la perdita dalla vasca del vicino non sarà stata priva di conseguenze: ora, per farmi risistemare il soffitto, dovrò ricorrere a dei sicari corsi, come minimo.
diciamo che attendo con impazienza la prevista riunione condominiale, ecco. magari, per l’occasione, sarebbe simpatico portare una cinepresina :-)
perché un giorno abiterò altrove, e certi ricordi potrebbero tornar utili nei momenti di maggior sconforto.
(contains spoilers)
August 25, 2009
dunque sono in treno, senza telefonino.
“tanto, andrà tutto bene” penso, assieme al fatto che c’è stato un tempo in cui gli uomini riuscivano a muoversi sulla terra senza bisogno di cellulari.

ma nella mia è guasto. molto guasto. decido che sarà impossibile rimanerci, sto già sudando come in una sauna, e questi vagoni nuovi non hanno finestrini da abbassare. mi assegnano un posto nuovo nel vagone precedente, e mi rilasso.

ma forse non dovevo, così, a verona, una matta si butta sotto al treno che si sta fermando in stazione. non è morta, né si è ferita: sento dire che l’ha già fatto altre volte, scegliendo sempre locomotive quasi ferme, ma controllori e capistazione dicono a tutti di scendere e proseguire con altri treni, ché questo, per un paio d’ore, non si muove. prima del treno successivo, prendo una scheda telefonica e avviso a casa che arriverò dopo, e che non sono raggiungibile.
invece, con una corsetta, riesco lo stesso a saltare sulla corriera che avevo previsto di prendere, e la sera sono a mangiare la bruschetta con i miei genitori e i miei figli.
il mattino dopo accompagno felix a ripetizione, ascolto il resoconto della ragazza (memore delle mie esperienze, l’ho mandato da 2 giovani universitarie.. una sembrava più giovane di lui, e un po’ troppo carina. ho spesso sperato che questo non lo distraesse troppo :-) e saldato il conto.
nel pomeriggio il tempo cambia (avevo fatto una passeggiata, stupito dal calore insolito), e cambia di brutto; propongo ai raga di farci un giro lo stesso, con la macchina di pop.

piove sempre di più, e quando dico loro che i temporali liberiani sono così, il tempo si offende e aggiunge una nota old europe: secchiate e secchiate di grandine bella grossa, tanto da spingermi a cercare riparo sotto agli abeti, sul ciglio della strada (non che ci sia chissà che da proteggere, ma mi dispiace infierire sulla vecchia kangù). alla fine rimarranno i campi imbiancati, i davanzali ricoperti le foglie di ogni tipo crivellate di colpi.
domenica torna il bello, senza il caldo. la rosa ha dato libera uscita a tutti, e la gallina coi pulciotti curiosa sotto ai ribes. le tre pecore e i sei agnellini, invece, passano da un prato all’altro brucando, ignare del loro alto tasso bucolico. sono animali che ho avvicinato più facilmente quand’erano nel mio piatto, perciò sono sorpreso quando i più piccoli si avvicinano per vedere se ho qualcosa di buono; ada e felix lo saranno ancora di più qando lo stesso tenerissimo coso scambierà le loro dita per delle tettarelle, e se le succhierà a lungo con vigore.

nel pomeriggio andiamo a far vasche nel centro, che è piuttosto gremito di gente. nell’isola pedonale si avanza piano, fra cani al guinzaglio e passeggini futuristici, donne che credono di essere a cortina e uomini con i pantaloni alla zuava, calzettone e scarponcino. in centro.
oltre ai villeggianti, la domenica si aggiungono quelli che arrivano dal sottomonte, in fuga dal caldo, e tutti camminano dappertutto per vedere i partecipanti al tradizionale concorso di scultura in legno all’opera.

funziona così: invitano un tot di star (di solito dal meranese, e giovani) e, assieme agli autodidatti locali, gli assegnano un gazebo in città e il loro pezzo di legno (tronco o pannello, ma della stessa cubatura). tema libero, in 5 giorni devono finire, e una giuria sceglie un vincitore, trattenendosene l’opera. quindi ognuno partecipa con la speranza di arrivare secondo, e trascorre un soggiorno spesato di tutto e guardato da tutti. vien voglia di provarci, a vederli aggredire il legno con motoseghe elettriche (primo giorno) e cartavetrata fine (l’ultimo). e fa sorridere il giovanotto che hanno piazzato proprio di fronte al comune: dopo 3 giorni aveva solo fatto una vaga traccia di matita su un pannello piatto; qualcosa mi dice che è lui il fuoriclasse, anche se avevo visto un paio di altre cose niente male..
durante una vasca incrocio un vecchio compagno di liceo, ci si saluta, gli dico che sono a recuperare il figlio rimandato, “quante materie?” chiede lui. “tre, cazzo” rispondo.
“perché, tu quante ne hai prese in prima?”
“tre, lo sai”
“anch’io”
“lo so, poi in seconda due..”
“in terza di nuovo tre..”
“e in quarta lo sappiamo bene, eh?”
“eh sì!” e scoppia a ridere.
in quarta liceo ci bocciarono in sette, fu un’ecatombe che mi portò a padova, dove avrei poi deciso di lasciar perdere i numeri e tentare la strada della creatività. lui ripeté l’anno lì, imparò a studiare, divenne dottore commercialista e adesso è il sindaco.
il mattino dopo (ieri) ci prepariamo per il rientro e facciamo dei lavoretti per i miei, potature, tagliar legna, mettere un vecchio frigo in strada.
viaggio di ritorno in corriera e treno, senza intoppi, e finisco – in tempi record – il libro che stavo leggendo. evidentemente mi aveva catturato: una storia scritta da uno del settore, che descrive il narcotraffico, e lo fa molto bene. ci sono dentro tutti, e ci sono fatti, luoghi e persone realmente esistiti, con neccessarie modifiche volte, immagino, a colmare vuoti inaccessibili e, magari, ad evitare allo scrittore delle brutte sorprese
noi, comunque, a casa senza sorprese. fino a stamattina.
(segue spoiler: chi mi conosce dovrebbe saltare il prossimo paragrafo fino a che non ci saremo incontrati: è una cosa bella, niente paura)
ah, no. ieri sera una sorpresa c’è stata, ma ero io a provocarla :-) in treno, sabine ha chiamato felix (io ero ancora a scheda telefonica) e ci ha invitati a cena. ovviamente accettiamo, a casa non c’è niente, da lei c’è marco che cucina (l’ho già detto che è soprannominato “pianeta cibo”?) e c’è lei, che durante il trekking in bicicletta in austria si è scheggiata la testa dell’omero, e sfoggia paramenti simili a quelli che, quando me l’ero spappolato, portavo io. saliamo, entriamo nella mia ex-casa, e la mia ex-moglie scoppia a ridere. in effetti, anche felix e ada mi avevano regalato delle risate stupende, quand’erano venuti ad aspettarmi alla fermata dell’autobus per poi andare alla bruschetteria :-)
è che adesso ho i baffi, e aggiungerò solo che ada mi ripete in continuazione “mi fai la linguaccia come einstein?”
e io godo come un deficiente. non ho MAI avuto i baffi – solo i baffi – in vita mia, ma la settimana scorsa, nell’impeto di darmi una ripulita – questione di pruriti, di code di cavallo che “uffa, ho già dato”, e anche, forse, di piccole catarsi private – ho trattenuto le lame dal colpire fra naso e bocca, dirottandole piuttosto sui capelli (bagnati, tirati giù dritti, un taglio secco tutto attorno. e fa’nculo tutta una categoria di onesti lavoratori del pelo), col risultato che chi mi conosce da molto scoppia a ridere.
evidentemente succede anche a me, se alla fine ho lasciato che il giochino (fatto forse tutte le volte che ho eliminato una barba) diventasse la mia faccia del mattino dopo..
mi piace, questa volta. è buffo, perché mi cambia tanto, e capisco lo stupore degli amici più intimi: devono cercarmi dietro a quei buffi baffi, ma sanno già che sono lì, e ridono perché non riescono a scostare un attimo la faccia di quell’altro. quello che non conoscono.
non vedo l’ora che riapra qualche milonga. (fine dello spoiler, anche se so che avete letto lo stesso)
stamattina. mentre faccio colazione comincia il casino in cortile. sbircio, ancora i vigili e ancora il camion; l’avevo detto, io: uno non basta di sicuro.
questa volta mi vesto prima di uscire (non volevo che, alla lunga, le vigilesse mi sbattessero al fresco per oltraggio alla decenza. quoi que..) e vado a cercare il capo per capire che succede. è lì, con l’aria di chi non vede l’ora di andarsene in vacanza, e mi dice “comunque, bello il blog. continui.”
gulp.
“…g-grazie… ma mi mette in imbarazzo…”
e l’altro vigile, che sembrava seguire tutt’altro, si avvicina e fa: “sì sì, continui, scrive bene!”
rigulp!
la pedalata fino al lavoro era dominata, com’è ovvio, da pensieri riguardanti questo: scrivere quassù. offrirne la lettura al mondo, o perlomeno a quella parte che capisce l’italiano.
cazzo, ho passato le ultime 2 settimane fra intrighi e intercettazioni, arrivo a casa e mi dicono che mi leggono il blog! non che la cosa mi sorprenda, visto che vivo in clitündèz, ma sentirselo dire, benché come complimento, dall’F.B.I. (ah no, non è l’efbìai, uff!..) fa sempre un certo effetto!
poi a chiedermi “ma leggono solo i post taggati clitündèz o anche, che ne so, quelli taggati tango?”
“leggono anche i commenti? visitano i link?”
son cose.
di cui non sapevo se scrivere. c’è chi si impressiona, magari scappa..
spero di no. non siamo in messico, non sono un narcotrafficante tagliagole, i miei amici nemmeno.
quando sono tornato a preparare il pranzo ai raga, i miei lettori erano stipati in macchina, all’interno del cortile.
“ma non mangiate?”
“abbiamo già mangiato.” e dentro un’altro che mormora “… e poi dobbiamo star qui a tenere d’occhio i bidoni della spazzatura..”
“un caffè?”
“appena preso, grazie” fa la vigilessa sorridente, “sennò molto volentieri.”
“saranno i baffi”, penso :-)











