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June 20, 2008

cristiano lavorava in un posto, se ne è andato in un altro e l’ho sostituito io.
nell’altro posto è rimasto un sacco, io nel frattempo ne cambiavo diversi.
poi ha cambiato lui, e adesso sembra contentone.
non ha mai smesso di fare foto in cui chi comanda è l’immobilità e il silenzio.
ieri sono stato alla presentazione d’un bel libretto che ha pubblicato, di foto di amici suoi.

la cosa era in una di quelle librerie d’arte in cui potrei piantare una tendina, e rimanerci un paio di giorni. la libreria fa parte d’un ex-complesso industriale rimesso a lucido, tutto minimalista-high-tech.
qualcuno ci vende casa… che faccio, telefono?

questa settimana iniziava il carrozzone del salone del mobile: quando ho avuto in mano l’allegato col calendario dei vernissage ci ho pensato, a farci un giro. poi mi sono anche detto che forse forse non ne ho poi tanta voglia.
le prime volte era quando alimentarsi di stuzzichini facendo il giro degli show-room aveva la sua importanza. alcuni amici vivevano letteralmente a sbafo per tutta la durata dell’evento, e negli anni raffinavano le strategie di sacchegggio, guida alla mano, prediligendo certi mobilieri ad altri non per il design dei loro mobili ma per la ricchezza del buffet. cioé: quelli della forma di grana da scavare e il prosecchino neanche si cagavano ;-)
beh, mica eravamo ciechi. gli oggetti c’erano, e ce ne sono sempre di più. e i materiali, le soluzioni espositive, opere d’arte esse stesse, suggestive, stimolanti. ripeto, non erano sempre gli oggetti i protagonisti. e in generale l’ambiente era allegro, cosmopolita, giovane e a suo modo coesivo. milano sembrava un po’ meno milano, e ci piaceva molto. avere la morosa francese, e designer curiosa, era un incentivo.
per fortuna ho una digitale solo da pochi anni, perché le occasioni di immagini stimolanti sono infinite e infiniti scatti avrei fatto.
però, in tutta questa novità, di anno in anno e da non addetto ai lavori, alla fine non rimane molto. ogni anno cancella in gran parte quelli precedenti, e le volte che non ci son potuto andare non mi hanno mai lasciato ’sto gran senso dell’essermi perso chissà che.

e questa settimana non sono nel mood.
ma le donne del giornale mi chiedono di andare in un posto in particolare, questione di far 2 foto, che non si sa mai possano servire. in scioltezza, basta la digitalina diffettosa, nessuna indicazione particolare.

arrivo nel posto che ci sono ancora gli operai a finir di montare le cose, “questi sono degli sfigati” sentenzio in un nanosecondo, e così era. (chiaro che lo sfigato con l’accento delle mie terre molto probabilmente gira in una fuoriserie che io neanche uno specchietto mi potrei pigliare, ma non c’entra: lo spazio è clautrofobico, chiaramente recuperato in un cortile grazie a pareti di cartongesso, l’allestimento generale pacchiano, ci giro in mezzo e nessuno mi chiede niente, non è normale, manca la classe. non faccio lo snob, è solo che ne ho viste di queste cose, questi non fanno design, fanno solo giocattoli per ricchi.
ecco, anche per questo non ne avevo voglia: si gira per uno di questi quartieri dedicati, di fronte ai portoni, ai negozi, al cazzo di posto che hanno deciso di usare ci sono gli accalappia-visitatore, in genere dei totem griffati, e non sai cosa nascondono, ti ci fiondi, vedi grana e prosecco, du’cose, e schizzi fuori. a fine giornata sei stravolto, hai provato sedute tutto il giorno, quando ti appoggi a degli scalini in un cortile istintivamente li osservi bene, e quando ci appoggi le chiappe le muovi un po’, come per provare la pietra. se l’hanno pensata bene.

infatti esco dal tristo sito e spaziando con la vista lungo la via che dovrò percorrere per tornare alla metrò, la vedo disseminata di totemini. di tornare in ufficio non se ne parla, tempo ne ho, “cià, non fare il coglione, butta l’occhio, và”.

bingo! una ex-fabbrichetta, svuotata e lasciata così, ospita gli allievi ed ex-allievi di una famosa scuola di design in olanda, in mostra ci sono i loro prototipi. promette bene :-)
sono solo, fermarmi a chiaccherare con le menti che stanno prima di queste forme è piacevole, e oggi è il primo giorno, sono freschissimi e non sanno ancora come saranno ridottti alla fine della settimana. appena vedono che guardi la loro creazione si propongono di illustrartela, ed è molto meglio che leggere il folderino, li puoi prendere un po’ per il culo e assicurarti che siano umani (moOlto importante nel design. almeno per me)(e visto che le nuove tecnologie permettono l’invenzione di strutture praticamente aliene, a volte).
tipo:
uno che per fare la panchina pubblica da esterni più bella e forse più scomoda del mondo si è fatto una forma del profilo classico di una sedia, assolutamente lineare e ortogonale (insomma schematica, quasi), alta un cazzo, 2 cm forse, - importante: di cartone, tipo - ci cola cemento colorato, aspetta che sia duro ma ancora umido, alza la forma, cola un nuovo strato di un altro colore e via così, per un paio di metri. peccato che a ogni pasaggio la forma si sminchia, e lui se ne fotte e è contento così. ci fa anche le librerie :-)
al centro dello spazio gli oggetti meno voluminosi transitano all’infinito su un quadrato di nastri trasportatori, piano piano.
in fondo c’è una bionda altissima, mi piace molto. ma questo lo vedo dopo, quando mi accorgo che non sa se avvicinarsi a me tanto entusiasmo manifesto per il suo tavolo da pranzo in legno
poco prima del bordo dei lati corti trovasi scanalatura atta a contenere biglia d’acciaio di cm 1 di diam., la quale cadendovi può rotolare o a sin. o a dx attraversando magari delle rotatorie e comunque sia giungere, lungo percorsi visibili, alle gambe, scendere a spirale le medesime e alla loro base prendere casualmente una delle tre strade possibili, verso i 2 piedi di quel lato del tavolo o verso un punto di raccolta centrale, secco sotto al centro del tavolo, quasi rasoterra. strada facendo la bionda ha seminato un fottìo di rotatorie. l’ho amata al primo istante.
inutile dirlo, pezzo unico, fatto a mano con l’aiuto di mobilieri olandesi, ma tutto cartavetrato da lei. gioia ;-)

e mi sembra impossibile, ma devo esultare anche per il pezzo succesivo: il calciobalilla perfetto per la plancia di comando della Morte Nera! un gioiello di sfacciato modernismo stile aipòd, guscio esterno nero lucidissimo, interno bianco illuminato, ometti tutti uguali tipo banana arrotondata cromata, solo una lineetta colorata attorno alla base, tutt’uno cone le barre, lisce, scorrevoli, pesanti, fredde. quando la pallina arancione entra in una porta, la porta pulsa di luce un pò più intensa e sotto al piano di gioco appare un pallino in più sul lati di chi ha segnato. (bisognerebbe tornarci l’ultimo giorno, sono sicuro che lasceranno giocare un po’, il primo giorno erano piuttosto col panno soffice a potata di mano)
poi la tipa delle barbabietole. in cima ad un alto trespolo un grosso frullatore per barbabietole, un tubo che va a toccare il centro di un gran foglio, e lì il succo inizia a scendere solo dove lai ha steso un disegno invisibile fatto di chissàcosa, e pianopianopiano la sua macchina completa il poster a occhio e croce ci mette una giornata precisa. volutamente. altrettanto volutamente la tipa si fa recapitare (al suo baracchino all’entrata di questo posto) vasche di gelato da un gelataio della zona che le produce su ricetta-progetto di lei. adesso so cos’è un food designer. per tutto il fuori salone offirà a tutti, in segno di amore e con l’auspicio che rimanga un buon ricordo, i suoi gelati: uno, quello che ho assagggiato io, alla barbabietola rossa, decorato con un biscotto e crema di caviale al pomodoro; l’alternativa era gelato all’olio di oliva buono decorato col solito buon biscotto e crema di caviale alla liquirizia. “ho voluto unire italia e olanda su diversi livelli, da quello gustativo a quello del design”, e i coni erano di carta.

io non mangio mai le rape a tavola, mi fanno impressione. però quel gelato era buono!
viva l’olanda :-)

e viva il giappone. quando continuo la passeggiata sento suoni da un interno, vado a vedere, ci sono 3 tipi che armeggiano su una postazione da concertino, e devono prendere confidenza con gli strumenti ultramoderni che i jap gli hanno chiesto di suonare. immagino tutti i giorni, fino all’ultimo. violino e chitarra sembrano scheletri vagamente alieni, labatteria sembra un giocattolo e la tromba di più, proprio di plastica e carenata, nero lucido. eppure il suonatore sta dicendo agli altri che risponde come una vera, deve solo capire come usare i bottoncini per selezionare qualcosa che non capisco. quasi quasi me ne vado, ma dallo spazio al chiuso arriva musica di pianoforte, e sembra proprio vero. ovviamente non c’era l’ombra di uno strumento acustico in giro, ma ho visto cose che voi umani ecc. ecc.

a parte questo gioiellino qui sopra, il giovane giappo che adesso sta a londra ha disegnato anche un paio di altre tastiere.. ma che belle! un po’ retrò, una via di mezzo fra i motoscafi riva, i classici della B&O e non so cos’altro, degli strumenti da desiderare. il grand piano, la coda si sviluppa, stilizzata, di traverso, e un’altro che chiuso sembra un altare. mi piacerebbe sapere già chi sarà il furbastro che per primo metterà uno di questi nel set del suo prossimo film :-)

in giro a cortili, a totemini, a sorprendermi con le lampadone fuse.

in giro a navigli a salutar amici e evitare con cura il sontuoso rinfresco offerto dai cretini che hanno portato un trasporto eccezionale lì solo per posare uno yacht di merda nel canale. molto geimsbònd, ma trashissimi.

qualche foto, per chi non ci può andare e per chi non pensa di andarci, come me l’altro giorno.

(di fatto, poi, ho fatto il bis ieri sera, in giro con gli amici del sol levante, altri totemini, stuzzichini, prosecchini, ma tutto sommato molto meno entusiasmante degli studenti - no, interessante anche dai coreani, studenti, zona brera)

uikèndLogorrea

March 18, 2008

inizia venerdì pomeriggio e sera, ma non ho voglia di parlarne ora.
solo, in viaggio per lecco, qualcuno in macchina dice che ha letto che qualcuno ha detto che intorno al 2011 la rete avrà un collasso; lo diceva relativamente alla crescita inarrestabile di utenti e di dati trasferiti.
il mio pensiero è stato che di sicuro, pagando, qualcuno potrà continuare a usare una qualche rete, ma di sicuro non sarà la stessa cosa.

continua sabato, i giovani smaltiscono in fretta i compiti, risolvo il pranzo con un pollo arrosto del mercato e li voglio trascinare fuori a tutti i costi. in bici.
la giornata è cosìcosì, fra centro e noncentro, ada preferisce le due, ché almeno non c’è il traffico (che la stressa). fra parco lambro e canale della martesana, tutti preferiscono la due, ché il parco lo conosciamo a memoria.
la martesana è uno dei pochi canali rimasto in umido, parte dalla città (ai tempi in cui milano era, almeno secondo stendahl, “la città più bella del mondo”, anche questo canale, assieme a molti altri, arrivava fin quasi in centro) e va in campagna, volendo fino all’adda (ottimo pretesto, entro un paio di annetti, per far pedalare la mia ada fin laggiù - quando dietro l’omonimia si nasconde l’inculata); una bella pista ciclabile la costeggia tutta, passando per vari paeselli.
partiamo.
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me lo chiedono loro, cos’è tutta quella roba là.
gli dico che sono case; il fronte dei mattoni è talmente esteso che abbiamo il tempo di considerare: che ci sono 2 modelli, quelli della prima fila sembrano più fighi - che fatto uno, gli altri sono solo cloni - che fanno cagare - che, nonostante facciano cagare, sono potenzialmente il solo tipo di casa che ci potremmo permettere nell’ipotesi di lasciare clitündèz: alveare fuori città. non stanno zitti a lungo: “no, no, stiamo a casa nostra, chissenefrega se fa schifo? questi sono peggio!” lo so, non sanno (bene) quello che dicono: non si sono immaginati in un appartamento moderno e funzionale, per dirne una… ma pedalo in silenzio, e assaporo la mia commozione.

non succede molto altro, a parte continue fermate per vedere galline d’acqua, papere varie e di varie età, qualche casa caruccia, qualche fosso pieno di interessante rumenta tipo macchine bruciate e copertoni bruciati, e arriviamo a cernusco s.n.
un pacco di gente a passeggio nelle viette pedonali ripassate nella solita MacchinaCheFaTuttiIPaesiniUgualiECarucci, dribbliamo fra i gazebi di opposte fazioni - sembra un matrimonio - e mentre bevo la birra a un tavolino gli dico “oh, ma non ho visto neanche UN extracomunitario!” per essere subito corretto da ada: “non è vero, io uno l’ho visto”. gli spiego che di sicuro ce ne sono, ma che, di fatto, a un sacco di questa gente piacciono certe posizioni della lega in fatto di immigrazione. poi smetto subito, e me sto zitto anche quando, attratti da un boato informe, raggiungiamo una piazza da cui sta ripartendo una grossa carovana di motociclisti. è un raduno. quindi - immagino - sono autorizzati a mandare i grossi motori pompati a tremiliardi di giri, VVVRRRRRAAAAAMMMMM - RRRRAAAAMMMM, tutti insieme. no comment.

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alcune moto non partono, sono delle harley esagerate i cui ingiubbottati centauri si soffermano a definire per benino i dettagli dell’imminente concerto a cui si preparano. e intanto birra a iosa, noi curiosiamo fra cromature, frangette di pelle, elmetti nazi-metal, lettering gotico e croci strane.

per tutto il ritorno ada lamenta dolori al fondoschiena. e alle gambe, alle ginocchia, insomma ne ha le palle piene di pedalare. quindi meno fermate, salvo una, interessante. dove martesana e lambro si separano emettendo una fetida nebbiolina, si è su un terrapieno da cui è possibile guardare oltre un vecchio muro. lì vedo un pavone! “oh, venitevenitevenite che c’è un pavone, uno vero” e loro corrono. “ma quello laggiù, cos’è?” guardo, “uau, è la pavonessa!” “allora anche quelle due sul muro in fondo sono pavonesse?” “ehm, s-sì, sembrano uguali…” “laggiù dall’altra parte, un altro maschio, ha la coda un pochino allargata!”… poi ci accorgiamo che stiamo guardando l’aia dell’accampamento dei nomadi di cui avevamo visto l’entrata all’andata; ripassandoci davanti sentiamo di nuovo la musica a palla, ragazzini che corrono in giro, altri su un sedile posteriore d’auto in un terreno osservano un piccolo falò. bestie e libertà, sia ada che felix sono divertiti. “ma vanno a scuola?” domandano, mentre sto pensando a bradpit’ che fa lo zingaro picchiatore in Snatch (piaciuto abbastanza)… gli confesso che non lo so, tantomeno se a loro non risulta ci siano mai stati rom in qualche classe.

merenda a casa, proviamo a guardare il primo episodio di un serial “alternativo” italiano (le virgolette sono mie) che mi presta la cara ale, Boris. sono perfin impaziente, dopo averne sentite le lodi, e alimentato dalle recenti frequentazioni americane, apro il mio cuore.
non so quanto ci mette a richiudersi, un nanosecondo no, sarebbe troppo poco.
è che recitano come nelle commedie italiane, sono caricature, e io mi sono viziato ormai. la situazione è troppo simile a studio 60 per non esser portati a far paragoni, e lì è la sceneggiatura (!|) che è tremenda. come risultato del primo assaggio sono molto incerto se incitare i ragazzi a proseguire. qualunque sia lo sviluppo della trama, ormai sono prevenuto, non mi aspetto che cattiveria. perché SOLO quella ho recepito.
mah.

la sera si cena da sabine e marco, la mia ex-femme molto bellina con i capelli a casco da elicotterista, lui il solito mago in cucina :-)
più tardi arriva il pretesto della riunione eccezionale: il mio primo nipotino, un 20enne enorme e bello, arriva da sharm’elcazz dove ha trascorso la sua prima vera vacanza da solo - con un amico della stessa marca - e si fermeranno a dormire dalla ex-zia, avend’ella letti in sovrappiù e avend’io - chez moi - i legittimi proprietari dei suddetti letti.
quando finisce la serata e rientriamo è un po’ troppo tardi per andare in milonga, e pioviggina. rinuncio.
non lo posso sapere, ma avrò scampato un infartino. minimo :-)

domenica mattina chissà, era domenica mattina…

pomeriggio, “andiamo a vedere una bella mostra gratis all’umanitaria. andiamo in bici.” vabbè, morale: la convinco e si va a vedere questa cosa su arte e cucina: un sacco di taglieri, ché è stato il tema proposto ad artisti e studenti di design.
questo mi .. diverte?

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bon, ‘ndiam’avant, altre cose strane, ma la scoperta sono i famosi chiostri: oh, non c’ero mai stato! è inaudito! no? comunque, moOOolto belli (per milano, s’intende).

poi si va verso un milkshèik del centro, passando dietro al tribunale:

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metterne uno grosso sul tetto, no eh?

in centro ci lasciamo incantare dal clown sugli schettini che improvvisa sui passanti, cani e piccioni compresi. uno spasso :-) non so se sempre, ma la domenica pomeriggio davanti alla loggia dei mercanti lo si potrebbe beccare.

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prima di cena ho la fregola di muover le mani, e sciolgo dell’inchiostro di china dalla tavoletta col drago, un pennello di bambù a testa e io e ada sporchiamo un bel po’ di fogli. io soprattutto. ada mi dice cosa fare, “vulcano!” e io provo a farlo veloceveloce, senza troppo pensare.
inchiostro, acquarello, sono come l’amore: se ci penso troppo mi viene male, viene a mancare la fluidità naturale. nel caso dei disegni, è sufficiente sapere di avere un sacco di fogli su cui sbagliare, fare prove, e giungere magari ad un segno decente. nell’altro caso non so, forse anche, a vedere i giorni come carta bianca… “pronto?, me ne consegni subito una risma, grazie! per far pratica..”

dopocena vediamo “Soyez Sympas, Rembobinez“, in francese (cosa che, pur essendo il regista francese, non è un gran affare poiché il film originale è in inglese. e i doppiatori francesi, poverini, si sa …). altra storia fuori di testa, i giovani ci hanno messo un po’ a ingranare, soprattutto per la mancanza di riferimenti cinematografici; io ho pensato ancora una volta che il regista dev’essere uno che si diverte, anche se qualcosa qui mi è sembrato troppo facile.. jack black, forse.

poi vado in milonga, ma non ho voglia di parlarne ora.

a casa scopro quel che forse è il vero motivo di tanta, troppa loquacità da parte mia: scopro la fuga di un blogger (che brutta parola!) particolare, una fuga alla houdini :-)
sono senza parole, e soprattutto, sarò senza le sue parole, e la cosa mi getta nello sconforto da un lato e suscita una grande ammirazione dall’altro. lo vedo come un gesto d’artista, o così mi piace vederlo.
che strano, mi dico, lo avevo appena scoperto e mi si era aperto il mondo della scrittura in rete e puf! decide di smettere. ma cazzo, il suo blog e la guerra in iraq sono iniziati lo stesso giorno, e lui - che produceva bellezza - smette, mentre gli altri - che producono orrore - continuano. non è mica tanto giusto, però..
leggo l’ultimo post un paio di volte, un paio di volte torno ai commenti, solo uno, finora, ha scritto “poffarbacco!”, guardo il campo vuoto, lo riempio una mezza dozzina di volte, ci rinuncio.
non trovo le parole giuste. e forse è giusto non aver fretta.

e anche questo post potrebbe finire qui.

e domenica.

February 4, 2008

domenica comincia che sono in milonga.
ballo. e non ballo. al risveglio sono teso, la prospettiva di una giornata in casa (piove) mi deprime totalmente.
“andiamo a torino a vedere quella mostra che dicevo?”
“naahh…”
(cazzo, come “naahh”?)
“oh raga, io mi rompo, e poi se mi smorzate così siete voi che ci rimettete. è anche l’ultimo giorno possibile.”

“ok.”

in 40 minuti finiscono colazione, si vestono (non so se si lavano, fa niente), corriamo in centrale in bici e ho anche 5 minuti per fumare una cicca. scompartimento, un ragazzo e una ragazza, non viaggiano insieme. fino a novara (No Vara = ai giovani diverte l’idea che ci sia una città intera in cui non hanno il diritto di mettere piede) leggo un po’, la tipa scende, mi metto a disegnare con loro: uno parte, fa una cosa sul foglio bianco, il secondo aggiunge, poi il terzo e via di nuovo, finché il foglio è pieno. Il ragazzo (adesso lo vedo meglio) sembra me, non fosse per la barba e i capelli lunghi: pantaloni cargo, scarpe da trekking, maglione. dopo un po’ mi chiede se faccio il disegnatore. racconto cosa faccio, e mi dice che lui è insegnante di disegno in un artistico di schio (poco lontano da asiago), è la sua prima esperienza, è arrivato in settembre da palermo, in realtà ama far foto. arrivando a torino mi faccio una sigaretta, lui sorride ed estrae lo stesso tabacco, ma usa cartine spesse.

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la città è un cantiere. anche l’ultima volta lo era, credo 4 anni fa. ero qui per una mostra di disegni di klimt, anche quella al lingotto. mi rendo conto che ci torno anche per riappropriarmi di uno spazio che era rimasto associato, nella mia mente, a una donna. persa la donna, avevo avuto poca voglia di rificcarmi in luoghi che me la ricordassero tanto intensamente.
2 adolescenti aiutano; non sanno quanto, con le continue domande, con le corse sul circuito pensile, costringendo occhio e indice a inseguirli con la digitalina, a costruire ricordi freschi da cucire addosso a quel posto..

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l’arte africana in mostra ci piace abbastanza, in alcuni casi ci entusiasma proprio. peccato non ci sia più roba.

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prima di ripartire c’è il tempo per una merenda, propongo cioccolata calda, dopotutto siamo in una città che per qualche motivo si vanta di conoscerlo, il cioccolato. “com’è?” “uguale a quella che fai tu!”
ecco, così si coccola un babbo :-)
nelle scorse settimane mi ci ero cimentato, dopo che il programmino di passare nella gelateria argentina era saltato un paio di volte causa chiusura della mesedima. la prima volta avevo seguito le istruzioni sulla confezione del cacao, ed era venuta buona ma normalmente liquida. la seconda volta ho seguito una ricetta trovata in rete, ed era praticamente perfetta. considero il test sabaudo come l’imprimatur definitivo: so fare un’ottima cioccolata calda. senza ciobar :-)))

a milano ci sono ancora le 3 bici, con tutti i loro pezzi.

a cena chiedo se è stata tanto dura fare qualcosa di diverso. no, si sono divertiti. e anch’io, che intanto la cazzo di domenica è volata.

dal 2mila7ette al 2mila8tto

January 11, 2008

ci siamo ricordati di avere un camino che funziona, faggio secco rubato dalla legnaia dei miei, sacchetti di bucce di pistacchi e bucce secche di mandarino. quindi abbiamo preso le castagne e le code di gambero, che non so se si sposano bene, ma alla brace sono una goduria.

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poi loro sono andati una settimana dai nonni francesi, nella bassa bretagna, a passare noël avec les cousins.

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io. col cazzo che lo passo da solo. prendo un treno e vado dai miei.

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dopo il treno, corriera, un paio d’ore per fare una 50ina di chilometri.
mentre ordino un caffé durante la tappa tecnica ai piedi del monte, ricevo una telefonata di auguri che mi darà da pensare. ma son tante le cose che non capisco, che mi abbandono alla pressione che cambia, e alla vista dal finestrino.

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natale. regali. pranzo in ristorante. serata a sorpresa.

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e adesso?

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torno in città. imballo un quadro e lo consegno. ricevo in cambio 2 bacini :-)

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capodanno, recuperati i giovani, si va dalla loro mamma, che organizza la serata nel suo bagno turco.
bizzarro e divertente, tutti in accappatoio e ciabattine, io e un mezzo-montanaro snobbiamo le raccomandazioni e ci caliamo qualche calice di rosso prima di entrare nel calidarium. sopravviviamo.

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ho già la macchina a nolo, così, verso le 2, li riporto a casa.

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e siccome indosso uno smoking in seta grezza blu, la camicia è pulita, e le bretelle sono quelle eleganti, li bacio e corro in milonga fino alle 5. circa 12 ore dopo siamo in autostrada, direzione altopiano.

i giovani trovano una seconda tornata di regali italiani. ada fa la conoscenza della tastiera che le hanno preso i miei. nei giorni successivi, di nevepioggiafreddo, occupo svariate ore a comporre (!) a orecchio un tango e una milonga. I ragazzi, che c’hanno l’orecchio, confermano che di quelle trattasi.

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passeggiamo su delle piste da fondo ancora chiuse per la poca neve. “devo pisciare” fa il maggiore. in mancanza di fiori di cardo da far chiudere con l’inganno della rugiada dorata, inizia a roteare il bacino tanto che temo se la faccia sugli scarponcini nuovi che gli ho preso da poco.
invece.
per essere uno che ha una calligrafia di merda, devo ammettere che col piscio se la cava egregiamente. ciao!

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la focus tiene bene. monto le catene solo una volta, per il resto ne aprofitto per fare qualche testa-coda sui tornanti. e non schianto la macchina.

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l’ultimo giorno torna il bello, sciogliendo, oltre alla neve, anche quella flebile speranza che aveva fatto capolino negli sguardi degli operatori turistici, intesi qui come tutti quelli che dipendono dal turismo.

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IL gatto si presta alle coccole d’addio in modo totale. è in grado di allargare le dita per quasi stringere il dito che lo accarezza sotto ai polpastrelli. e mai una punta di unghia di troppo.

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partiamo presto per fare tappa a brescia. è da tanto che vorrei portarli a vedere questa mostra. a parte una sezione dedicata a Buffalo Bill (i suoi stivali, le casacche, materiale del Wild West Show) che non c’entra una mazza e una sezione storica con filmati e foto su indiani e bisonti, i quadri sono come immaginavo: gran bei paesaggi, e i cieli che vorrei saper dipingere io, tanti e splendidi. Il nostro criterio di visita è il solito: niente audio-guida, via leggeri, e a tenerli attenti ci penso io, gli faccio notare molti fili d’erba, riflessi, movimenti, luci. in particolare, gli ricordo che stanno vedendo una terra vergine. lo capiscono che quei quadri erano speciali per chi li acquistava. e allora c’è anche l’altro gioco: “io questo me lo prendo, anche questo, questo no, questo sì, ma cazzo che grande! e dove lo mettiamo?”

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poi a casa, si fa un salto a mollare i libri della settimana nell’altra casa, ada mi invita a vedere il nuovo mobile svedese in camera sua. bello, comodo. sto per uscire, l’occhio cade sullla sua scrivania.

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ho un bel farmi dei pensieri circa la frustrazione che il talento di ada potrebbe suscitare in felix: e le mia?!?
ero.. senza fiato? non usa la matita! anni che impazzisco sugli acquarelli e la piccoletta ha già una confidenza che - che -
Ma cazzo, come fa? io, la mora in alto a sinistra, ma manco se copio ci riesco…

foto qui.

ma prima quelle più importanti: oggi ho vinto con il 4, senza esitazioni :-)

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bon. allora ieri, primo giorno di scuola, orario ridotto, quando arrivo a casa alle 5 inizia anche per me il nuovo anno come papà di 2 studenti delle medie. usciamo subito per andare in triennale, per l’inaugurazione della mostra dei pannelli. prendiamo la metrò a roveret_oh!, scendiamo a cadorna. dato che stiamo andando nel tempio del design italiano, ne aprofitto per far notare ai giovani come il vecchio pavimento nero sia stato sostituito da uno bianco, e di come ciò faccia risaltare ogni macchia.

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cattivo design, eccetto per chi ha fornito la nuova pavimentazione e per chi ne gestisce la pulitura. poi li lascerò in pace per tutta la serata. alla triennale lascio sbordare (si dice?) un po’ di orgoglio: non mi capiterà mai più di avere uno stendardo su quella facciata!

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i pannelli sono lungo una passerella, nel giardino del retro di fianco al bar fighetto che verrà popolato dall’insolita fauna del trotter alle prese con coppette di couscous freddo e cruditées.

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stranamente, non provo alcuna particolare emozione: i pannelli mi sono usciti dagli occhi e permane la mia perplessità circa l’intera operazione-triennale; in parte non considero il mio lavoro particolarmente valido, dall’altro mitizzo troppo il luogo. quindi mi defilo, scompaio, per dedicarmi invece a quei 2 o 3 amici che mi sono venuti a salutare. gli altri, per lo più insegnanti e i soliti genitori in qualche modo coinvolti con il trotter, sembrano contenti: penso spesso a munari. povero futurista!

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finita la festa, discorsi compresi, penso di risolvere la cena con un fast food del centro, ma in piazza del cannone c’è la festa di liberazione: perfetto. “sembra la festa della patata” dicono i giovani, “ma c’è più roba da scegliere… MAGARI alla mensa della scuola si potessero mangiare queste cose qua” (Ndr: ada ha preso la pepata di cozze).

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poi a casa. il mucchio di cose di fronte alle serrande dei cinesi è ancora lì, come nei 3 giorni scorsi: sembra l’intero contenuto di un appartamento, dai vestiti ai mobili, una vita interrotta improvvisamente, uno sfratto, un’espulsione, un’incarcerazione? hanno lasciato anche i cd.. ho raccolto solo una cartolina: due oche di plastica inghirlandate fotoscioppate su rose rosse e sfondo automatico tendente al trip; dietro cose in arabo, scritto piccolo piccolo.

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spero che il tipo possa raggiungere la sua bella.


per la cronaca

September 7, 2007

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il terreno abbandonato sta benone. alla faccia di quelli che lo avevano rivoltato come un calzino, anzi, sembra ancora più agguerrito: invece dell’ambrosia, sta sfoderando il letale stramonio, in grandi quantità. mi ricordo la piccola strage di una quindicina d’anni fa, gli sballoni ne consumavano una qualche parte in non so che modo e ci rimanevano secchi. pare sbagliassero la parte o il modo, perché l’erba della strega è conosciuta e utilizzata da molto prima che arrivassero gli sballoni. a me piace per i fiori, dei candidi calici spiraloidi che la notte si chiudono completamente; è affascinante anche la velocità con cui si gonfia la base dopo la fecondazione, ha qualcosa di alieno.

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uscendo dall’ufficio il cielo si è voluto far fotografare, così, per ricordarmi che non è che me ne ricordo solo quando sono in vacanza in luoghi ameni : )

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l’ho accontentato, e per par condicio ne ho fatta qualcuna anche a parcolambro.

Alla sera riunione al trotter; lunedì si inaugura l’anteprima del percorso in triennale.

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accorrete numerosi, alle 18,30 (si sbevazza)

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infine mi sono succhiato una caramella ai frutti di bosco, di quelle buone di asiago, al miele e succose, mmhhhhh……..

fisica

June 5, 2007

fine settimana intenso di stimoli, con i relativi effetti.

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venerdì inaugurazione di una nuova mostra alla galleria Limited: una giappa ha coordinato una cosa tipo cow-parade, più in piccolo. Ha fatto produrre degli orsetti in polistirolo, 2 misure, degli esseri a cono in carta, 2 dimensioni, e due tipi di alieno in plastica. poi ha invitato artisti vari a rielaborarli, con risultati divertenti e spesso macabri.

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Se da un lato la dimensione più contenuta dell’evento permette di esplorare strade ruvide senza alcuna censura, dall’altro queste manifestazioni artistiche cominciano a rompermi i coglioni. all’inizio, almeno 10 anni fa, trovavo fosse un’idea intelligente per offrire visibilità agli emergenti, e probabilmente è ancora così. avrei partecipato volentieri, lo ho fatto in un paio d’occasioni, ma oramai è diventata una moda e le occasioni sono diventate troppe. Per ravvivare la scena artistica si inventano questi brainstormings creativi che assomigliano quasi a delle gare: “la regola è che tutti i concorrenti devono…” Ma che regola? Minchia, come se fra gli impressionisti si fossero detti “dài, facciamo tutti la facciata di quella chiesa lì, così abbiamo un pretesto per fare una mostra colllettiva”. Anche i concorsi per marchi e logotipi sono diventati un ingrediente immancabile di mille rassegne, il tocco intelligente, la selezione democratica dell’opera eccelsa.
Il giorno dopo io e ada siamo andati all’arena civica a vedere la mostra di un polacco (o qualcosa così) che ritrae sè stesso, nudo, in forma di sculture realizzate in varie dimensioni e con varie tecniche. A parte questa, che fa scena
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non ci è piaciuto. inquietante, sgradevole, noioso. e poi c’erano quasi più sorveglianti che opere; non si poteva non notarli, perché erano tutti firmati trussardi (sponsor), cioè alti, belli, in completo nero. esattamente come li trovi nei negozi di montenapoleone. boh.
Comunque, sabato sera ada era così:
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domenica mattina così:
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fatta annodando calze e mutande sporche del fratello, aveva anche un titolo, tipo “schifezza grigia”…
domenica, dopo aver visto passare il circo del giro d’italia, siamo andati a vedere serafini al pac.
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è matto. e geniale. anche lui ha partecipato alla cowparade, c’era la sua mucca per firenze 2005. bella, molto più bella di tutte quelle che mi è capitato di incrociare a milano: almeno è una vera scultura, non come quelli che le hanno usate come foglio di carta su cui disegnare. Anche lui un pochino macabro, i suoi doppi polli, bestie varie imbalsamate… ma cos’hanno tutti, con questa corrente macellaia?
a casa ci siamo sfogati un po’.

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nell’ordine: ada, io, ada, che poi ha fatto anche
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mentre io affrontavo il sacchetto dei rotoli di carta igienica, di nuovo stracolmo:

Ancora a Roma?

March 2, 2007

Non lo so, ma perché no? Sabato 21 aprile, alle 18,00, si inaugura una nuova mostra alla galleria Cedro 26. Il fotografo è Alberto Giuliani, un pesarese del ‘75 che ultimamente passa un sacco di tempo in argentina. l’invito che ho fatto è questo

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Oltre agli ampi spazi della patagonia e alla crisi economica, ha documentato anche le milonghe. Quelle vere e quelle naturali.

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Livia ha promesso che non sbaglierà nella scelta della musica di sottofondo :-)

mostra

November 20, 2006

alla rotonda della Besana, luogo sempre bellissimo per le mostre, ci sono quadri e disegni di Dino Buzzati. anche altra roba, scritti e foto, e un sacco di pannelloni da leggere, che non ho letto. Ero con i ragazzini (basta chiamarli i bimbi), ce li ho dovuti un po’ trascinare, Felix perché avrebbe preferito passare il pomeriggio alla sua scuola a vendere giochi vecchi con il suo amico, Ada perché non ha mai voglia di inforcare la bicicletta. Quindi non volevo che si rompessero subito i coglioni con la lettura dei pannelloni. Ma Buzzati è un genio: molte tavole hanno dei titoli lunghissimi, delle piccole storie accompagnatorie, così l’attraversata è leggera e piacevole. Piaciuto a tutti.

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